.....the ordinary life is pretty complicated stuff.....

23 agosto 2010

No Beast so Fierce (1 of 3)

La sezione degli annunci economici del Los Angeles Times ha pagine e pagine di richieste di lavoro. Una piccola frazione di esse poteva andare bene per me, e di questo drappello soltanto una mezza dozzina si trovava in centro, dove avrei potuto provare a rispondere prima ancora di presentarmi da Rosenthal.
Tentai con quattro richieste. Una era già stata soddisfatta. Un'altra era una grossa società che richiedeva che i dipendenti fossero vincolati: mi allontanai senza nemmeno compilare i moduli. Altre due società cercavano venditori: ma avevano bisogno di qualcuno dotato di automobile, e nessuna delle due sistemazioni offriva una garanzia di salario o un anticipo prima del maturare delle commissioni. Personalmente non avevo nè un'auto nè una cifra sufficiente a farmi andare avanti.
Vagando da ufficio a ufficio avevo percorso cinque chilometri a piedi. Dopo così tanti anni di calzature da prigione, i miei piedi non erano abituati alle scarpe basse. Su entrambi i talloni mi si erano formate vesciche delle dimensioni di mezzi dollari e gonfie di liquido. Quando raggiunsi l'ufficio di Rosenthal sul West Olympic Boulevard stavo ormai zoppicando di brutto. A contribuire al mio disagio, il caldo feroce stava iniziando a calare la sua cappa sulla valle di Los Angeles.
L'edificio che ospitava l'ufficio per la libertà condizionata era poco appariscente. Soltanto l'insegna dipinta sulla porta a vetri opachi (Dipartimento Correzionale, Divisione per i Servizi Civili) lo distingueva da una piccola struttura ospedaliera. La saletta d'aspetto, deserta, ofriva alcune panche spoglie e dure. Una centralinista mi annunciò e premette un pulsante.
La porta che dava sugli uffici ronzò mentre la serratura veniva aperta elettronicamente. Il suono mi fece rabbrividire. Oltre quella porta mi sarei tecnicamente ritrovato in stato d'arresto.
Rosenthal mi aspettava alla fine di un breve corridoio appena oltre la porta. era in piedi sulla soglia dell'ufficio, le gambe circonfuse da un alone di luce proveniente dalla finestra. Era senza giacca; le maniche corte della camicia rivelavano un tappeto di spessi peli neri lungo gli avanbracci. -Venga - m'invitò. - Temevo che non si sarebbe presentato. Ieri sera era un po' nervoso.
- Avessi saputo della chiusura elettronica delle vostre porte me la sarei filata. Mi fanno paura. Sembra di essere in una stazione di polizia.
- Ah, quelle... non è una mia idea. Si accomodi.
- Avrei bisogno dell'assegno di uscita.
Rosenthal frugò fra le carte sulla scrivania. - Eccolo - disse allungandomelo.
Lo esaminai tenendolo sollevato fra le dita. - Trenta dollari per otto anni. Non è una gran cifra.
- La società non glielo dovrebbe nemmeno.
- Non è molto, se si vuole iniziare una nuova vita.
- Provi a sentirsi meno martire e più penitente.
- Mi spiace, ma non sento niente se non un po' di amarezza...e sto cercando di reprimerla.
- Dunque, cos'ha fatto ieri sera?
Su quella domanda avevo una menzogna in agguato. - Ho visitato alcuni amici, ho visto una ragazza.
- E' andato da lei?
- No, in un albergo.
- Un po' costoso per un uomo nella sua posizione.
- Non l'albergo in cui sono stato.
Rosenthal piegò la sedia all'indietro e posò i piedi sulla scrivania. Si allacciò le dita grassocce dietro la nuca e prese a fissarmi con severa intensità. Masticava placido un pezzo di gomma americana. La tensione crebbe insieme al silenzio.
- Non sono affatto contento del suo atteggiamento - proclamò infine - e del modo in cui ha iniziato. Prima si rifiuta di andare alla casa di riabilitazione, poi se ne sta in giro tutta la notte. Non è un buon inizio, per niente. E' il suo atteggiamento, il suo punto di vista.
Arrossii, preparandomi a ribattere, ma ricacciai indietro le parole grosse. La sfida alle autorità era un giochetto che avevo praticato molto spesso, e conoscevo la sua iniquità. Se avessi protestato, Rosenthal avrebbe potuto cacciarmi in galera (a patto che non l'avessi steso e me la fossi data a gambe) con un semplice rapporto in cui avrebbe potuto scrivere ciò che voleva, e io mi sarei ritrovato a bordo di un pullman con le sbarre ai finestrini diretto in prigione. Non vi sarebbe stata alcuna udienza, alcuna possibilità di appello; non sarei neppure stato in grado di conoscere i contenuti del rapporto. E così mi controllai, dicendomi che forse un appello alla ragione avrebbe potuto sensibilizzarlo.
- Mi spiace che la pensi così - risposi. - Sto solo cercando di essere franco e sincero. Mi dica cosa avrei fatto di male.
- E' il suo atteggiamento. Gliel'ho già detto. Si sta comportando come se fosse libero, come se potesse fare quel cavolo che le pare. Non è libero. E' ancora in custodia legis, è sempre un detenuto a cui è stato concesso di passare parte della sua condanna in libertà vigilata. E a parte questo, lei ha una lunga sequela di sbagli alle sue spalle. Dovrebbe provare un minimo di rimorso per ciò che ha fatto.
- Otto anni per aver falsificato degli assegni dovrebbero bastare a pareggiare i conti. - Mi resi conto dell'irriverenza delle mie parole non appena le ebbi pronunciate. Il volto di Rosenthal si fece scuro. Era con ogni evidenza un moralista, e si sentiva offeso dal mio dossier. sapeva più cose di me di quanto a chiunque dovrebbe essere concesso di sapere sugli altri. Eppure le parole del dossier non mi descrivevano fino in fondo. Non vi era nulla, lì dentro, che dicesse che ero un essere umano.

(Tratto da: "Come una bestia feroce", Edward Bunker; Mondadori, Milano)

to be continued...


sottofondo consigliato: "Lay Down The Bottle", Jake La Botz.

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