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16 agosto 2010

The hope of revolution (part 1 of 2)

«L'ho conosciuto. Era il più bello tra tutti i Serafini. Splendeva d'intelligenza e audacia. Il suo grande cuore traboccava d'ogni virtà che nasce dall'orgoglio: la franchezza, il coraggio, la costanza nell'avversità, la speranza ostinata.
A quei tempi che precedevano i tempi, nel cielo boreale dove brillavano le sette stelle magnetiche, abitava in un palazzo di diamanti e oro, pulsante di battiti d'ali e canti di vittoria. Jahweh, dalla sua montagna, era geloso di Lucifero.
Sapete entrambi che gli angeli, come gli uomini, racchiudono in sè odio e amore. Capaci talvolta di generosi impulsi, obbediscono spesso all'interesse e cedono alla paura. Allora, come oggi, si mostravano per la maggior parte incapaci di pensieri elevati e il timore di Dio costituiva la loro unica virtù. Lucifero, disdegnando le cose vili, provava disprezzo per questa schiera di spiriti domestici che consumavano il tempo in giochi e feste. Agli spiriti audaci, e alle anime irrequiete, ardenti d'un amore selvaggio per la libertà, concedeva peraltro un'amicizia ch'essi gli restituivano sotto forma di adorazione. Costoro disertavano in massa la montagna del Signore e recavano al Serafino omaggi che l'altro pretendeva per sè soltanto.
Io appartenevo alle schiere delle Dominazioni ed il mio nome, Alaciel, non era privo di gloria. Per soddisfare il mio spirito tormentato da un'insaziabile sete di conoscenza, osservavo la natura delle cose, studiavo le proprietà delle pietre, dell'aria e dell'acqua. Ricercavo le leggi che governano la materia densa o sottile e dopo lunghe meditazioni mi resi conto che l'universo non si era affatto formato come il suo preteso creatore si sforzava di far credere: seppi che tutto esiste per volontà propria e non per il capriccio di Jahweh, che il mondo è l'autore di sè stesso e lo spirito è il proprio Dio. Disprezzai, allora, Jahweh per le sue imposture e l'odiai perchè si opponeva a tutto quanto vi è di buono: la libertà, la curiosità, il dubbio. Questi sentimenti mi avvicinarono al Serafino. Lo ammirai e lo amai, vissi nella sua luce. Quando giunse il momento di scegliere fra lui e l'Altro, mi allineai con il partito di Lucifero e, come sola ambizione, ebbi quella di servirlo e mutare la sua sorte. Non potendosi più evitare una guerra, la preparò con una vigilanza instancabile e con tutte le risorse d'una mente matematica. Trasformando i Troni e le Dominazioni in Ciclopi e Calibi, estrasse dalle montagne che circondavano il suo impero il ferro ch'egli preferiva all'oro e forgiò le armi nelle caverne del Cielo. Poi raccolse nelle pianure deserte del settentrione miriadi di spiriti e li armò, li istruì e li esercitò. Per quanto segretamente preparata, quest'impresa era troppo vasta perchè l'avversario non ne venisse presto a conoscenza. Si può supporre che l'avesse prevista e temuta da sempre, poichè aveva fatto della sua dimora una fortezza e dei suoi angeli una milizia e si dava egli stesso il nome di Dio degli Eserciti. Preparò le folgori. Più della metà dei figli del cielo gli restarono fedeli. Una folla d'anime e cuori devoti gli si strinse attorno. L'arcangelo Michele, che ignorava la paura, prese il comando di questo esercito animoso e paziente. Lucifero, dal canto suo, quand'ebbe raggiunto la massima potenza con il suo esercito, lo spinse con furia contro il nemico e promettendo ai propri angeli ricchezza e gloria, si lanciò alla loro testa verso il monte sulla cui vetta si erge il trono dell'Universo. Per tre giorni consecutivi incendiammo al nostro passaggio le pianure dell'etere. Alti su di noi, garrivano gli stendardi della rivolta. Il monte del Signore già si tingeva di rosa nel cielo orientale e il nostro capo ne valutava con gli occhi i bastioni scintillanti. Sotto le mura di zaffiro si stendevano le linee nemiche che, mentre marciavamo ricoperti di bronzo e di ferro, scintillavano d'oro e pietre preziose. I loro stendardi rossi e azzurri ondeggiavano al vento e lampi s'accendevano alle punte delle loro lance. Gli eserciti furono ben presto separati fra loro soltanto da un breve intervallo: una lingua di terra liscia e vuota, la cui vista faceva tremare i più coraggiosi al pensiero che laggiù, in una mischia sanguinosa, si sarebbero compiuti i destini.
Gli angeli, come sapete, non muoiono, ma quando il bronzo, il ferro, la punta del diamante o la spada infuocata lacerano il loro corpo etereo, soffrono d'un dolore più acuto di quello umano, perchè la loro carne è più delicata e se qualche organo essenziale viene distrutto, cadono inerti e si decompongono lentamente, dissolvendosi in nebulosa e galleggiando insensibili, dispersi per lungo tempo nell'etere freddo. Quando riprendono infine spirito e forma, non ritrovano l'intera memoria della vita passata. Perciò, com'è naturale, gli angeli temono la sofferenza e i più coraggiosi fra loro si turbano al pensiero di perdere la luce e il dolce ricordo. Se ciò non fosse, la razza angelica non conoscerebbe né la bellezza né la gloria del sacrificio. Coloro che combatterono nell'Empireo prima dell'inizio dei tempi, pro o contro il Dio degli Eserciti, se sarebbero abbandonati a finte battaglie, e non potrei dirvi con giusto orgoglio: "Figlioli c'ero anch'io»
...continua...
(Anatole France: La rivolta degli angeli, 1914. Cap. XVIII, pagg. da 103 a 109. Armando Curcio, Milano 1978)

sottofondo consigliato: As Tall Lions, "Acrobat" (2004)


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