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mercoledì 2 maggio 2012

Piazza Valdo Fusi, per non dimenticare i soldi sprecati.

 (la piazza vista verso sud)
 (la "baita", lato via Accademia Albertina)
(la piazza vista verso nord)
(il progetto Toptek1, primo classificato come gradimento. Scartato.)









A mio parere, una dei motivi che fanno di Torino una bella città è la presenza di numerose piazze.
E alcune sono dei veri gioielli.
Lasciamo stare le più note San Carlo, Castello, Vittorio Veneto o Carignano, frequentate dai turisti.
Personalmente, preferisco altre piazze.
Ad esempio, Carlo Emanuele (meglio nota col nome di Carlina, per via dei gusti sessuali di quel sovrano); Maria Teresa, che conserva un non so chè di parigino; Martini (meglio nota col nome di Benefica); Valdo Fusi.
Ecco, proprio di piazza Valdo Fusi volevo parlare.
Situata davanti alla facciata dell'antica sede dell'ospedale San Giovanni, al cui interno del perimetro si trovano la sede del Museo regionale di Scienze Naturali, alcuni ambulatori e qualche aula distaccata dell'Università di Medicina, e con alle spalle il palazzo della Borsa, per quasi trent'anni è stata adibita a parcheggio e lasciata marcire nel degrado di uno spazio polveroso e ghiaioso (che in pieno centro, risulta quantomeno fastidioso!).
Le Olimpiadi del 2006 hanno portato soldi e novità.
Perciò l'allora amministrazione (Chiamparino e soci), si sarà detta: vogliamo mica farci ridere in faccia dal mondo?
No, facciamoci ridere in faccia dall'Universo, penso io.
Con un bando di Concorso dagli esiti imprevedibili, si è allora assegnato il lavoro di ristrutturazione ad uno studio di architettura del paesaggio di Berlino, il "Büro Kiefer".
Costo dell'operazione: 10,5 milioni di euro.
Una precisazione.
Perché "esiti imprevedibili"? Perché prima di assegnare il lavoro, un sondaggio svoltosi su LaStampa.it aveva prodotto i seguenti risultati: al primo posto Topotek1 (1139 voti, 72%); al secondo Kengo Kuma (326, 20%) e al terzo Büro Kiefer (110, 6%).
Ottima la scelta di costruire un parcheggio sotterraneo, meno buono tutto il resto!
Una piazza che fa orrore e che anche solo chiamarla piazza è vergognoso.
Non ci sono panchine nè alberi nè un'area giochi nè spazi dedicati agli animali. Forse, chi l'ha costruita pensava a una città disabitata.
Insomma una piazza inutile.
A questo punto, meglio il degrado ghiaioso e polveroso che la rendeva viva piuttosto che spendere più di dieci milioni di euro per vedere il nulla sopra un parcheggio sotterraneo.

{Fonte foto e dettagli:
 http://www.cultorweb.com/Antiestetica/Valdo_Fusi.html }

lunedì 19 marzo 2012

Chi è il mostro?


Clemente è un bellissimo bambino di cinque anni.
Riccioli biondi, faccia d'angelo e carattere prepotente. Un vero puttino.
Alla sua tenera età ha già tutto quello che si può avere, ma non quello che meriterebbe d'avere.
La sua famiglia è agiata. Il papà é un nobile romano, la mamma è una libera professionista. Vivono in una casa d'epoca in centro con tanto di servitù.
Il piccolo Clemente però, per la nostra società ma soprattutto per la mamma, ha un enorme difetto: è nato sordomuto.
Pochi mesi dopo la nascita, ricordo la mamma lamentarsi "della disgrazia".
Da diverso tempo è seguito da una logopedista e si vedono i progressi, non parla correttamente (del resto, ha solo cinque anni) ma abbastanza bene e, per mezzo di uno strumento apposito, sente benissimo.
Insomma, "problema" risolto o perlomeno corretto.

Oggi pomeriggio ho visto lui e la mamma rientrare a casa dopo la passeggiata.
Clemente, allegro e birichino come al solito, mi ha salutato e mi ha mostrato orgoglioso i suoi occhiali da vista.
A seguire, il commento della mamma: "Visto il nuovo acquisto? .....adesso anche gli occhiali.....".
Si potrebbe discutere a lungo di molte questioni che, anche involontariamente, ho messo sul fuoco. Ma ora, sinceramente, non ho voglia.
L'unica cosa che mi viene da pensare in questo momento è: ma non è possibile godersi semplicemente un figlio che se crescerà con dei complessi (e non è detto), sarà solo per colpa di una madre e di una società, l'attuale, del cazzo?

domenica 4 marzo 2012

«Storie di scrittori e di case chiuse»

A cura di Giorgio Dell'Arti per «LaStampa» {03.03.12} da: Giuseppe Scaraffia, «Le signore della notte. Storie di prostitute, artisti e scrittori»

{Henri de Toulouse-Lautrec "Au Salon de la rue des Moulins" (olio) 1894}

«Proust si masturbava a tutto spiano, la cosa era risaputa in famiglia e fortemente discussa tra il figlio, il padre, la madre, il fratello e gli altri parenti. Il padre Adrien, professore alla Facoltà di Medicina e autore di un saggio sull’igiene del nevrastenico, lo supplicò una volta di darsi pace “almeno per quattro giorni”. Ma ecco una lettera che lo stesso Marcel scrisse a suo nonno alla metà di maggio del 1888: «Mio caro nonno, mi rivolgo a te per chiederti la gentilezza che intendevo chiedere al signor Nathan, ma che Mamma preferisce io chieda a te. Ecco perché. Avevo così bisogno di una donna per smettere le mie cattive abitudini di masturbazione. Papà mi ha dato dieci franchi per andare al bordello. Ma 1˚ nella mia emozione ho rotto un vaso, tre franchi; 2˚ a causa di quella stessa emozione, non sono riuscito a scopare. Eccomi dunque come prima in attesa di ora in ora di 10 franchi per scaricarmi e in più di tre franchi per il vaso. Ma non ho il coraggio di richiedere tanto presto il denaro a papà e spero che vorrai venire in mio soccorso in questa circostanza».

Tolstoj
fu trascinato per la prima volta in un postribolo dai fratelli. Aveva 16 anni. Andò con una ragazza ubriaca. Alla fine rimase fermo vicino al letto a singhiozzare.

Palais-Royal «Le tariffe delle prostitute del Palais-Royal» (tutte tra i 14 e i 24 anni), guida che circolava sottobanco nel 1790 e che conteneva la descrizione dei luoghi limitrofi al Palais-Royal e degli altri quartieri di Parigi, nomi, indirizzi e particolarità di ogni passeggiatrice. Altro titolo di riferimento: «Almanacco delle signorine di Parigi».

Tariffe
Qualche tariffa: Victorine, sei lire con tazza di punch in omaggio. Madame Duperin, 25 lire insieme a quattro amiche. La Baccante, sei lire per i giovani, il doppio per gli anziani. La Saint-Aubin, «deliziosa biondina focosissima, pronta ad abbandonarsi a un amico o a un’amica, 100 scudi». La massa delle frequentatrici del Palais-Royal si prestava per somme modeste (fra tre soldi e tre lire).

Alleluia «Ho la sifilide! Finalmente! La grande sifilide... Ho la sifilide e ne sono fiero, per tutti i diavoli! E disprezzo sommamente tutti i borghesi. Alleluia, ho la sifilide, quindi non ho più paura di prenderla» (Guy de Maupassant nel 1877: la sifilide lo portò alla tomba dopo averlo reso demente).

Toro Maupassant, soprannominato «il toro triste». Nelle case di piacere si esibiva davanti agli amici. Una volta raggiunse l’orgasmo sei volte con una donna, poi passò a un’altra con cui replicò per altre tre volte. Il record di cui si vantò con Turgenev: 19 volte in tre giorni.

Flaubert da giovane sceglieva la prostituta più brutta e la possedeva davanti a tutti, senza togliersi il sigaro di bocca. «Non mi divertivo affatto, ma lo facevo per il pubblico».

{Henri de Toulouse-Lautrec "Donna che si infila una calza" (Olio alla trementina su tavola) 1894}

Kafka preferiva donne mature e grassocce con abiti fuori moda. Una volta al bordello ne prese una cui mancavano molti denti.

Alexandre Dumas si chiudeva per un giorno intero in una stanza del postribolo con due compiti: cinque prostitute da montare e cinque atti teatrali da scrivere. Assolveva sempre entrambi.

La pittrice surrealista Leonor Fini, che trovava «meravigliosi, dei veri paradisi» i bordelli di Le Havre. «Mi arrabbio quando penso ai cretini che affermano: “Non sono mai riuscito ad andare a letto con una puttana” e perdono il tempo con stupide troie di buona famiglia».

A Cuba, Georges Simenon andò con la moglie Denyse in una delle migliori case d’appuntamento dell’isola. Videro una bellissima ragazza nera, Denyse gli suggerì di salire in camera con lei, poi lo seguì e condivise con lui la ragazza. Ripeterono a più riprese questa esperienza. Una volta scelsero due prostitute: una giovane creola e una ragazza bionda. Fu l’inizio di una fitta frequentazione.

Modigliani insegnò a un amico pittore, il giapponese Foujita, a lavarsi i denti prima di entrare in un postribolo, riguardo molto apprezzato dalle prostitute.

Anche le prostitute sulle barricate del 1848 a Parigi. Victor Hugo vide «una donna giovane, bella, scapigliata, terribile» che si era fatta avanti per fermare l’avanzata delle truppe. Si era alzata la gonna sul ventre nudo invitando i soldati, nel gergo dei postriboli, a spararle. I soldati spararono. Poi ne era apparsa un’altra, ancor più giovane e bella, e anche questa aveva sfidato la Guardia nazionale sollevandosi la gonna. I soldati fecero fuoco anche su di lei.

La chiusura delle case chiuse, «più che un delitto, un pleonasmo» (l’attrice Arletty).»

sabato 29 ottobre 2011

Un pensierino sull'individualismo.

Chissà quante volte ci è capitato di pensare "io mi conosco" o "io so come sono fatto", riferendoci al nostro carattere e al nostro modo di essere.
Poche volte però, ci capita di pensare che, anzitutto questa affermazione utilizza sempre un verbo al presente e, in secondo luogo, non rispecchia una realtà oggettiva, bensì un momento relativo.
Ciò accade perché noi non ci conosciamo.
Certo, fisicamente sappiamo di cosa e in che modo siamo composti. Ma le nostre peculiarità caratteriali non sono fisse e immutabili e sono determinate dal nostro rapporto con la realtà che ci circonda.
Non vuol dire che siamo come banderuole che si muovono in base al vento, certo, ma che i nostri comportamenti variano in base alla situazione che ci troviamo ad affrontare.
Dobbiamo sopravvivere e perciò ci adattiamo. Semplicemente.
Se viviamo in un ambiente popolato da individui aggressivi, inevitabilmente assumeremo un comportamento aggressivo per non farci sopraffare. E così via per ogni differente ambiente.
Insomma, non siamo quello che siamo perché decidiamo di esserlo. Ma decidiamo di essere quello che siamo, perché le interazioni con la realtà esterna ci spingono in quella direzione. Si tratti di bene o di male.
Ovviamente, questo non vuol dire che se un individuo compie gesti criminali, deve essere giustificato dal fatto che "qualcuno" gli ha trasmesso "informazioni" poco urbane. Egli può, e deve, compiere la scelta di seguirle o meno.
Non si può negare tuttavia, che ogni singolo individuo venga influenzato dal gruppo del quale fa parte. Questa influenza, ovvero la serie di informazioni che vengono scambiate reciprocamente tra individui all'interno di una comunità o gruppo, è l'insieme delle "regole" che determinano la Morale e questa, la morale, varia in funzione delle necessità di ogni comunità o gruppo. Da questo punto di vista, possiamo affermare che non esiste una Morale universale. E non c'è nulla di scandaloso in questo.
Come dicevo, il nostro essere è stabilito (determinato) dal rapporto con gli altri. Questo fatto mi fa pensare che "io, da solo, non esisto", ossia "mi riconosco (e questo processo è reciproco tra individui) solo nell'altro".
Certo, fisicamente, sono oggettivamente determinato. Ma "noi" non siamo "solo" strutture fisiche, corpi.
Quel che viene riconosciuto reciprocamente, è il nostro essere "enti animali particolari".
Di me stesso posso dire quanto sono alto, quanto peso, di che colore sono i miei capelli, se possiedo cicatrici o se preferisco la pizza con i peperoni o gli spaghetti alla Carbonara. Ma questo non sono io, o meglio è solo una parte di me. La parte che mi rende simile agli altri esseri umani.
Quello che però mi rende "particolare" (e lo sottolineo, per distinguerlo dall'altro tipo di ente animale ossia l'ente animale generico, l'animale) e quindi "individuo", è tutta quella serie di informazioni che gli altri ci trasmettono.
Se siamo simpatici lo dobbiamo al riflesso che riceviamo, e così vale per ogni singola caratteristica che contraddistingue "uno" dall' "altro".
Ora, se "io, da solo, non esisto", "io, da solo, non posso vivere".
Non casualmente, infatti, una delle punizioni più dolorose per un carcerato (ad esempio) è il regime di isolamento.
L'Uomo è un essere sociale, nel senso più profondo del termine.
E quindi, ecco comparire uno dei problemi che attanagliano il nostro tempo. Ovvero: come è possibile, per un essere sociale, vivere in una condizione ultra-individualistica?
Credo che la risposta non sia così ardua da dare, ma proprio per questo è, a mio parere, accantonata.
La società che viviamo è di tipo capitalistico e, in un sistema economico e sociale di questo genere, il tratto fondamentale è il riconoscere come utili solo i produttori e i consumatori di merci. Si sviluppano quindi, gruppi umani che sostengono l'inevitabilità e che negano la storicità di questo modo economico, e nasce una conseguente morale per giustificare tutto ciò.
Gli uomini trasformano così una delle proprie peculiarità. Essi non sono più "esseri sociali" in quanto Esseri Umani, ma sono "esseri sociali" in quanto "merce di scambio". Ecco l'individualismo. Ossia la necessità di portare e vendere al mercato, al miglior offerente, se stessi.
Dato che non ci interessa fare discorsi di tipo moralistico, non giudicheremo questo fatto. L'invito tuttavia è a non travisare.
Perché qui non si tratta di condannare il genere umano o di affermare che siamo diventati tutti delle prostitute o degli scalatori sociali senza scrupoli.
Gli scrupoli ci sono, eccome!
Se qualcuno pensa che l'umanità vive bene e serenamente questa condizione, ebbene si sbaglia di grosso.
Che lo si voglia ammettere o meno, è inevitabile comportarsi in questa maniera.
Perché le "regole" sono queste. O le si accetta o si muore.
Insomma, quello che voglio dire è che senza dubbio critico questo genere di comportamento perché lo ritengo depravato e aberrante. Ma allo stesso tempo credo sia un errore grave salire sulla cattedra e fare i maestrini benpensanti e moralisti.
Certo che non ho soluzioni, però non sarebbe male iniziare a capire cosa è e come è fatta la società in cui viviamo.

domenica 23 ottobre 2011

No esperienza = No lavoro; No lavoro = No esperienza (per la serie: prendiamoci per il culo!)


Letto su LaStampa, Specchio dei Tempi, il 22 ottobre 2011.
La firma la metto, non per violare la privacy ma perché è ora di finirla con gli anonimi e gli invisibili che, proprio in quanto tali, nessuno degna di attenzione.
Probabilmente, sarebbe il caso di riflettere su questi casi. Ma da quando "questi" casi sono diventati la "normalità", è un po' scemata la voglia di riflettere e di ridurre il tutto a sociologia da strapazzo.
Lasciamo da parte demagogia e inutilità politico-amministrative, quello di cui abbiamo bisogno, giovani e vecchi, è lavoro e dignità. Cazzo!

«Buongiorno, anzi, solo "...giorno", perché qualcuno si è portato via il "buon".
Ho 27 anni, laurea in Economia Aziendale, curriculum di tutto rispetto...ah, dimenticavo...sono disoccupata.
Già, perché non basta avere un curriculum di tutto rispetto, ora bisogna aggiungervi e sottolineare la frase: "Ho esperienza".
in cosa, chiederete...in niente, la frase finisce lì, perché è la prima cosa che chiede o cerca sul curriculum un datore di lavoro.
"Lei non ha esperienza, mmm...le faremo sapere".
- "Cosa? Cosa mi farà sapere?" - .
Probabilmente, dall'alto della sua di esperienza, non avrà preso in considerazione che l'esperienza si fa lavorando! Insomma da qualche parte si deve pur cominciare...e allora date spazio ai giovani che a forza di lasciare curriculum, hanno speso un patrimonio in cartucce per stamparli...abbiate fiducia nei giovani, perché i "vecchi" hanno combinato un disastro e non hanno la più pallida idea di come uscirne...il futuro è nelle nostre mani, scommettiamo che siamo in grado di far meglio? Peggio non si può...».
Valentina Gallo

mercoledì 12 ottobre 2011

Storie di ordinaria disperazione (vaffanculo!)


Leggo sul giornale, LaStampa, che ieri mattina all'alba un nucleo di agenti della Polizia Municipale di Moncalieri, in provincia di Torino, ha effettuato un blitz all'interno di una fabbrica abbandonata.
Le forze dell'Ordine erano state allertate da diverse segnalazioni fatte dagli abitanti della zona infastiditi dal viavai notturno.
Messa così, vien da pensare che i capannoni dismessi fossero oggetto di "attenzione" da parte di qualche ladruncolo o che ci fosse uno spaccio di droghe.
Niente di tutto questo.
Pare infatti, che l'unico "spettacolo" che si è presentato davanti agli agenti fosse quello della disperazione.
Non distante da mucchi di immondizia e da topi, si è scoperto che dormivano diverse persone di diverse nazionalità. Tra cui quattro italiani.
Un settantenne senza famiglia, un cinquantacinquenne e una coppia, padre e figlio, scoperti all'interno di un'autovettura parcheggiata nei pressi, che, sfrattati da qualche giorno, non sapevano dove andare.
Storie di ordinaria disperazione, insomma.
Ma, nonostante la sempre più frequente terribile consuetudine, non si può non dedicare un pensiero a questi e alle migliaia e più che non da ora si arrangiano in modi simili.
Intiepidita la rabbia che inevitabilmente provoca, senza retorica di circostanza, lo "scoprire" determinate situazioni, credo che sia il caso riflettere su alcune questioni.
1) Che la Legge sia fatta dagli uomini e che, nel momento in cui viene esibita, assuma un carattere sovrannaturale da cui pare impossibile (o almeno difficile) esimersi è vero tanto quanto il fatto che può (e deve!) essere interpretata da chi ha l'incarico di farla rispettare. Si assiste quotidianamente ad interpretazioni dotate di medio-alta elasticità, o quantomeno flessibili. Perciò il buon senso vorrebbe che, davanti a situazioni cosiddette "limite", oltre al Codice venga presa in considerazione la pietà.
2) Moncalieri, per chi non vive da queste parti, è provincia di Torino quanto lo può essere Primavalle a Roma o Quarto Oggiaro a Milano, quindi mi chiedo (ma ovviamente la domanda ha ben altro destinatario), nel 2006, per le Olimpiadi, sono stati costruiti palazzi per ospitare atleti, giornalisti e tifosi, è possibile che non se ne possano costruire (o almeno ri-destinare, tra quelli esistenti e non utilizzati) per ospitare chi non ha un tetto sulla testa e fatica a mettere insieme 6 pasti a settimana?
3) Premettendo che in questo caso la Tav c'entra relativamente, che cazzo di società depravata è quella che predilige la spesa per la costruzione di una ferrovia che servirà soprattutto al trasporto merci e non si preoccupa di chi è costretto a vivere per strada?
E basta così, per ora.
Vorrei dire tante cose, a partire dalla questione "dignità", ma ci sarà tempo adatto.

sabato 1 ottobre 2011

Il "mio" cane è migliore del mio vicino.

Moltissime persone oggi "posseggono" uno (o più) animali domestici.
Perché? Perché è questa un'era di animalisti?
Non credo.
A mio parere, questo fatto è un ulteriore segno della depravazione della società in cui viviamo.
I cosiddetti "amanti degli animali" già storcono il naso e borbottano, ma nonostante sia quasi costretto ad utilizzare la forma dell'opinione personale, quello che affermo è un fatto. E, in attesa che qualcuno lo confuti seriamente, ve lo beccate come (una) verità.
Anzitutto specifichiamo che criticare gli "amanti degli animali" (anzi i loro corrotti comportamenti) non equivale a non amare gli animali, una scoperta sensazionale che molti ignorano è quella dell'esistenza di varie tonalità di grigio.
Le giustificazioni più frequenti che adduce chi ospita in casa un gatto, un cane, un uccellino, eccetera, sono: il bisogno di compagnia, quello d'affetto, la propria bontà nei loro confronti (o del mondo in generale) e simili. Insomma, tutti sentimenti che traspaiono egoismo.
Certo mi si obietterà che però "è un impegno", vero. Chi può essere così fesso da prendere un impegno non contraccambiato in un mondo che esalta l'utilitarismo? Meno vero. Infatti, in cambio si ottiene qualcosa eccome.
Andiamo avanti.
Poniamo una domanda di un certo peso a queste "anime buone": perché non occuparsi di una persona che potrebbe aver bisogno d'attenzione e cure? Esistono moltissimi esseri umani che necessitano di un pasto al giorno, di un posto dove dormire e che in cambio offrirebbero compagnia e, perché no, affetto. Allora perché si preferisce un cane ad una persona?
In genere, i soggetti in questione non nutrono la medesima passione per le persone. Le giustificazioni sono varie, vanno da "l'uomo si comporta male" a "l'uomo è cattivo di natura".
A questo punto si potrebbero già tirare delle somme, ma aggiungiamo ancora un tassello.
Chi ospita un animale si rivolge a questo come fosse una sua proprietà privata, parla del "mio" gatto, non del "gatto che ospito e accudisco". Una semplificazione? Niente affatto!
Il punto è proprio questo, e diversi psicologi lo confermano. L' "amante degli animali" considera il "proprio" cane (...gatto, eccetera) una "sua" proprietà. Ovviamente non una cosa da cui trarre profitto in senso monetario, ma un elemento vivente da sottomettere alla propria volontà.
L'animale non possiede una mente umana, ovvero possiede memoria ma non coscienza; perciò ricorda chi gli ha provocato dolore o chi piacere, ma vive una condizione che si potrebbe definire di "eterno presente" e ignora il concetto di vita e quello di morte. E' come se vivesse nello stato descritto in un paio di noti film (ad esempio, "Ricomincio da capo" con Bill Murray, ma anche un altro con Antonio Albanese protagonista di cui non ricordo il titolo), ma non ne è cosciente a differenza del protagonista.
Accudire un animale è indubbiamente più gratificante rispetto a badare ad un essere umano, per diversi motivi tra cui la necessità antropologica di emancipazione dell'Uomo, di non vivere quindi in una condizione di eterna sottomissione.
E la società incivilmente civile l'ha capito bene. Infatti in molte città fioccano continuamente luoghi adibiti alla cura degli animali, ma quelli dedicati alle persone mancano clamorosamente. E ancora, ci si indigna (giustamente) per i maltrattamenti agli animali, ma si giustificano quelli a scapito delle persone. Un cane abbandonato per strada (pratica che ovviamente considero schifosa), nel caso sopravviva, verrà "salvato" da qualche soggetto di buon cuore; una persona che viene licenziata o sfrattata, viceversa, verrà invitata a "darsi da fare" e se schiatta....bhé pazienza...una bocca in meno da sfamare.
Troppo cinico?
Si, forse. Ma provate a verificare sul campo!
Chiaramente, lo scopo della mia critica non è un utopico invito a liberare gli animali dai loro guinzagli domestici o ad accogliere nelle proprie case i milioni di disperati che popolano il mondo. Non confondiamo i fischi coi fiaschi.
L'invito è, più semplicemente, a farsi un esamino di coscienza. Ad assumere un atteggiamento meno individualistico e più "sociale" nei confronti dei propri simili. A cercare di liberarsi da quei pregiudizi che ci hanno trasformato in umani privi di umanità. E, aldilà delle regole cosiddette "civili" che favoriscono l'atteggiamento del forte e del prepotente (innegabile, basta guardarsi intorno per scoprire che l'atteggiamento dominante richiama all'Übermensch nietzscheano), a pensare al nostro vicino non come un nemico da distruggere perché mette in discussione il nostro fottutissimo ego, ma ad un nostro simili che possiede e tenta di rivendicare i nostri stessi diritti di esistere come persona ed essere umano.

venerdì 30 settembre 2011

Una breve riflessione sulla società "civile".

Diciamolo sinceramente, la cosiddetta "società civile" è una merda totale!
Più che società civile dovrebbe chiamarsi società incivile, società della depravazione.
Oggi, dopo diverso tempo, ho comprato e letto un quotidiano (LaStampa, per la precisione) e, tra le varie, ho letto un articolo che mi ha provocato il disgusto che sto tentando di esternare.
Si parla, apparentemente, di sport.
Ma in realtà lo sport non c'entra nulla. Perché ogni occasione diventa buona per lanciare messaggi incivilmente civili.
A quanto pare (mi scusino gli eventuali appassionati, ma ignoravo questo fatto) venerdì prossimo a Belgrado, in Serbia, la nazionale italiana di calcio sfiderà quella serba.
Il discorso è semplice.
Dopo un'infame guerra in cui il popolo serbo ne ha subite di ogni, e in cui i bombardamenti tricolore hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario, e, come non bastasse, la Serbia è stata fatta passare da vittima a carnefice solo perché ha tentato di difendersi e, ciliegina sulla torta di merda, a cui è stata scippata la sovranità sulla regione Kosovo (poi riconosciuta come indipendente da una masnada di pirati che si fanno chiamare Onu e dai suoi stati lacché).
Ecco, in una società (presunta) civile si dovrebbe riconoscere, quanto meno, l'orgoglio e la dignità di un popolo che vuole difendere il proprio diritto all'autodeterminazione.
Invece, nella nostra società incivilmente civile e depravata fino al midollo il messaggio che deve passare è che il popolo serbo deve farsene una ragione. Del resto, cosa volete che sia.
Si inorridisce infatti che durante un incontro di volley (il secondo caso citato nella pagina), l'inno di Mameli venga fischiato. "Roba strana in un mondo all'insegna del fair-play, com'è la pallavolo", scrive il cronista.
Ma il "mondo" dello sport, in generale, non è una dimensione a comparti stagni astratta dal mondo reale. Lo sport, comprese bellezze e brutture, fa parte della società, caro cronista.
Ma voi, cari perbenisti con le unghie sporche di sangue, vorreste che lo sport non si invischi con rivendicazioni umane e di civiltà. Ed è proprio questa la depravazione.

martedì 27 settembre 2011

Svegliatevi, dormienti.

«[...] Nel matrimonio ebraico all'epoca di Cristo lo sposo si recava in casa della sposa, accompagnato da ancelle rigorosamente vergini. Nella parabola raccontata da Cristo (Matteo 25:1-13) le ancelle sono dieci, di cui cinque savie e cinque stolte. Quelle savie sanno che non sempre gli sposi sono puntuali; e siccome devono far luce con le loro lampade, si sono portate una scorta d'olio. Quelle stolte no, e male gliene incoglierà.
Quando, dopo lungo ritardo, nel cuore della notte, arriverà lo sposo, svegliando le ancelle che nel frattempo avevano ceduto tutte al sonno, quelle savie avranno olio a sufficienza per far luce; le altre l'avranno finito e dovranno correre a comprarne. A questo punto accade uno dei tanti piccoli eventi crudeli di cui sono costellati i Vangeli: le vergini savie seguiranno lo sposo e verranno ammesse al matrimonio; quelle stolte giungeranno in ritardo e troveranno la porta sprangata. Quando chiederanno al Signore di aprire loro, quello risponderà seccamente "Non vi conosco".
Cosa c'entra Dick in tutto questo?Molto. Quando aveva scelto di intitolare il suo romanzo Cantata 140 era evidentemente a Matteo che pensava, per il tramite di Nicolai e Bach. Wachet auf, proclama il coro all'esordio della cantata. Quell'esortazione è evidentemente rivolta ai dormienti del romanzo, gli sleepers. C'è una possibilità: non dovranno restare ibernati per sempre a spese dello stato; potranno tornare alla vita e salvarsi dal nulla cui li ha condannati un'economia per la quale sono inutili.
Il discorso, indubbiamente, è piuttosto moderno per un romanzo concepito tra il 1963 e il 1964, nel bel mezzo del boom economico del dopoguerra: verte sull'inutilità degli esseri umani, di alcuni esseri umani. Prima che il problema della disoccupazione, del surplus di braccia si manifestasse, Dick aveva già ipotizzato una soluzione grottesca e sarcastica: la gente in più che non serve al sistema economico mettiamola in ghiacciaia. Teniamola da parte. Forse ci serviranno un giorno, forse no, però se li mettiamo in cantina non andranno in giro a prostituirsi, drogarsi, rubare, spacciare e chissà quante altre attività illegali. Teniamo desti solo quelli che servono, che lavorano e consumano. Quelli che fanno girare la macchina del capitale. Gli altri, a dormire. Così non dovremo ricorrere a misure estreme e impopolari (eutanasia? Pena di morte?), e ce li saremo comunque tolti dai piedi.
La questione del romanzo a ben vedere è tutta lì: cosa farne di questi uomini e donne in più, che guarda caso sono di colore (non necessariamente neri, anche nelle varie tonalità del marrone fino al caffelatte più sbiadito)? C'è un sistema che si fonda sui dormienti e su altre misure per tenere bassa la sovrappopolazione. I potenti di quel sistema (i George Walt con il loro bordello orbitale, dove si può godere della vera crack in space, oppure il dottor Lurton Sands che ha trasformato i dormienti in miniera d'organi, e d'oro) ovviamente preferiscono, com'è sempre stato, che il sistema sia preservato, così restano potenti. Altri cercano un'alternativa, e tutti li deridono, e forse non sbagliano, perché quando Bruno Mini compare alla fine del romanzo bisogna riconoscere che è un personaggio ridicolo, un inventore da strapazzo ai limiti della ciarlataneria. Ma l'apertura della breccia nello spazio, del passaggio da una Terra sovrappopolata ed esaurita a un'altra-Terra che all'inizio pare vergine e accogliente, ribalta improvvisamente la situazione.
Come nella parabola di Matteo, arriva lo sposo, cioè il regno dei cieli, e i dormienti si sveglieranno; e la voce che annuncia la venuta è quella di uno dei più strambi candidati alla presidenza degli Stati Uniti che mai la letteratura americana abbia concepito: Jim Briskin, un negro baffuto che va in giro con una parrucca rossa, ex-newsclown, quindi un personaggio da Striscia la notizia più che da Casa Bianca. Un uomo semplice e, lo si capisce da tanti episodi del romanzo, sostanzialmente buono.
»

(Brano tratto dalla postfazione, a cura di Umberto Rossi, di "The Crack in the Space", di Philip K. Dick, 1966; pgg. 200-201, Fanucci Editore, Roma 2002)

Sottofondo consigliato: No time, no space; F.Battiato


giovedì 17 febbraio 2011

Il trionfo del brutto.

Quando le telecamere erano fisse e potevano essere mosse da destra a sinistra e dall'alto in basso o al massimo correvano su un binario lungo tutto il palco, insomma quando non esistevano steadycam o simili, aveva ancora un senso chiamarlo "Festival della Canzone italiana".
Poi, gradualmente, tutto è cambiato così come è cambiata l'intera società, italiana e non. Può sembrare oramai retorico dirlo, ma oggi il Festival di San Remo è il festival di tutto e poi, come contorno, della Canzone italiana.
Parto da qui per notare quel che mi piace e quel che non mi piace, perché il primo grande fastidio è causato dagli sghiribizzi del regista. Per carità, di tanto in tanto, qualche escursione sul pubblico ci può anche stare, ma se è un continuo passare dalla battuta o dalla frase di canzone alla reazione in primo piano di qualcuno in dodicesima fila o all'inquadratura insistita dell'intero parterre ganzo con il blocco dirigenziale Rai e la giunta cittadina o ancora la galleria con la giuria demoscopica, e il dettaglio delle dita del violoncellista, e la signora impellicciata in fondo a destra, e l'attrice in terza fila, eccetera eccetera eccetera.
E basta! Viene da esclamare.
La tecnologia dovrebbe servire a vedere meglio non a vedere il peggio.
Quindi fateci vedere meglio le immagini, ma si evitino anche orribili primi piani in cui si distinguono nettamente i punti neri o addirittura i pori della pelle del soggetto.
Ed in tutto questo, ovviamente, la musica è solo un contorno.
Tanto vale spegnere la tivù e ascoltare la radio, no?
Che Sanremo fosse un carrozzone da marketing è arcinoto e non voglio criticare questo, perché il discorso sarebbe lungo e perché in questo ambito non mi interessa, ma sono le priorità che appaiono insopportabili. L'ordine di importanza dovrebbe essere: canzone, interprete, moda, minchiate varie. Invece abbiamo: moda, minchiate varie, interprete, canzone.
E anche qui la musica è solo contorno.
Sono d'accordo con chi ha detto che Pippo Baudo è stato colui che meglio ha inteso lo spirito del festival. Perché guidava tutto verso un risultato per tutti, nel senso che i cantanti non erano costretti ad una gara. Ed infatti un festival dovrebbe essere una rassegna, una passerella, non una competizione.
Ma del resto oramai anche la letteratura viene considerata in base al volume di vendita invece che al contenuto.
E tutti facciamo finta di niente.
Non saprei dire, in sessantanni di manifestazione, chi sia stato il miglior presentatore di sicuro non Gianni Morandi.
Non mi si fraintenda, Morandi è un monumento della musica italiana ma non è un presentatore.
Per me, chi presenta il Festival dovrebbe essere legante ma senza sfarzo, cortese ma non "amicone" e avere ottimo tempi televisivi. Andare in giro per il palco senza la cravatta dello smoking non è granchè elegante e Mike Bongiorno insegna che conoscere profondamente la musica è un dettaglio trascurabile.
Poi c'è il discorso vallette-valletti.
A prima vista verrebbe da chiedersi come si pongono determinati partiti politici al riguardo, mi riferisco a chi crea leggi per respingere stranieri alla frontiera ma ammutoliscono dinnanzi ad un michelangiolesco culo made in Argentina.
Invece quello che non mi spiego è come sia possibile che le "orde" di femministe non organizzino proteste o atti di disturbo eclatanti durante la kermesse. Non mi riferisco alla solita storia delle vallette mute e belle, ma al fatto che trovo squallida la questione in sè. Mi spiego meglio.
Un tempo c'era la valletta che, nomen omen, non parlava e serviva appunto il presentatore, poi, subentrando un'egemonia culturale di Sinistra, si è sentito l'obbligo di dare un ruolo meno servile a questa figura così si è sviluppata prima la figura della valletta bisillabica per finire con un miscuglio non ben definito di vallette-valletti co-presentatori.
Il risultato è indecente!
Ci troviamo con due, tre o quattro individui, maschi e/o femmine, che per compiacere al, per me, odiatissimo politically correct recitano la lista di titolo, autore, interprete, eccetera come i bimbi di quattro anni alla recita dell'asilo: una frase per ciascuno. Che tristezza.
Poi, un altro punto fastidioso è il fasullo atteggiamento di denuncia morale che il maschietto di turno (nel caso specifico, Luca Bizzarri) impone alla valletta-presentatrice con battute del tipo: ah, ma parli anche?, oppure: non sei capace a far nulla oltre che mostrar le grazie. E, conseguentemente, da parte della valletta-presentatrice il dovere di dimostrare qualche peculiare capacità nel canto o di ballo.
E' questo lo squallido risultato che nasce in parlamento con le odiose "quote rosa" e si trascina nella società. Ed è una ulteriore conferma della volontà di riprodurre in televisione le storture della società.
Tutto questo polpettone è, in un certo senso, il mio personale grido di dolore verso il diffuso imbarbarimento che da qualche anno è in atto nel nostro Paese.
Si dica pure che è tutta retorica, non importa, ma ogni tanto farebbe bene ricordarsi che l'Italia ha ospitato natali importantissimi dal punto di vista culturale: grandi musicisti, letterati, scienziati, cantanti, attori.
Oggi l'Italia è la patria del truzzo, del buzzurro, del cafone, del boccaccesco (e, in questo caso, il grande poeta fiorentino non c'entra per nulla!).
E il Festival di San Remo, che si è trasformato da anni in arrogante, spocchioso, guardone, parvenù e ogni altro aggettivo sinonimo di inelegante calza a pennello, ne è uno specchio esemplare.
Tentare di preservare un oasi di bellezza in un oceano di oscenità, è chiedere troppo?

giovedì 7 ottobre 2010

The show sucks...go further, please!

Da diverso tempo sostengo la mia avversione per la post-modernità, tanto da definirla "braccio armato del nichilismo". Eppure non disdegno di affrontarla, e perché prima di criticare è bene conoscere l'oggetto della critica, e perché, paradossalmente, vi trovo elementi capaci da indurre in me una certa curiosità oltreché un certo interesse.
Ma a tutto deve essere posto un limite.
Pur storcendo il naso riguardo a determinate "eresie" di foggia nietzscheana, riconosco indubbiamente lo sforzo intellettuale del pensatore tedesco. Per esempio.
Al giorno d'oggi, purtroppo, scopriamo che uno dei più utilizzati veicoli di divulgazione culturale è un elettrodomestico parlante (insieme con un altro che offre anche la visione delle figure), ma il vero abominio è che le voci che lo popolano sono quelle di soggetti che stanno alla cultura come il pollo sta alla coltivazione della canna da zucchero nei paesi caraibici: "che c'azzecca?", direbbe un esimio Ministro dell'Incultura.
L'oggetto di quella che, in altri tempi e senza rischiare di passare per bigotti, mi sento di definire "la mia indignazione", è una coppia di bipedi apparentemente umani ("apparentemente", perché al confronto con un semi-analfabeta del XVIII Secolo, probabilmente sfigurerebbero) molto noti nell'ambiente più ambito dall'italiano medio (cre): Simona Ventura e Emanuele Filiberto di Savoia.
L'articolo che segue, firmato da Bruno Gambarotta e uscito su "La Stampa" del 4 ottobre, è una, nello stile tipico dell'autore, divertente cronaca di quello che (probabilmente) centinaia di migliaia di orecchi hanno potuto ascoltare dal canale 1 di Radio Rai, nel primo pomeriggio del sabato precedente ("Emanuele Filiberto, storico all'amatriciana").
Radio Rai trasmette in tutto il territorio nazionale e i personaggi in questione non sono comici per professione. Perciò il demerito di tale scempio è imputabile esclusivamente al direttore del canale, Antonio Preziosi, e ai suoi collaboratori.
Certo è che ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori, da un trentennio a questa parte, ma non è questa un'attenuante.
Certo è, anche, direbbe qualcuno, che si può sempre "cambiare canale".
Ma allora, perché indignarsi e disgustarsi nei confronti, per esempio, dei "reality show" e, in generale, di tutto quello che in qualche maniera, volenti o nolenti, tocca sorbirci da tivù e radio?
Tanto vale evitare di denunciare l'assenza di cultura di cui sono affette le nuove generazioni: che crescano pure pensando che Berlusconi è il Presidente della Repubblica o che la gestazione è un insieme di movimenti delle mani.
Tanto tutto è relativo, no?

domenica 29 agosto 2010

Il declino di una città: da Torino a Chiamparinopoli.

Non so cosa pensa chi arriva da fuori, chi fa il turista. Io che ci vivo penso che sia molto bella, tutto l'anno e a qualsiasi ora del giorno o della notte.
Certo che vive per mezzo dei suoi abitanti, ma personalmente la preferisco quando è quasi deserta, quando si cammina per interi quadrilateri e non si incontra nessuno. Perché, secondo me, si esalta nella sua bellezza. Perché possiede una linfa storica e culturale che le permette di vivere di rendita.
I marciapiedi senza bordo di molte vie del centro che riportano a un tempo in cui le automobili erano una rarità concessa solo ai ricchi; le targhe coi nomi delle strade che illustrano il numero dell'isolato e il quartiere d'appartenenza; i balconi in pietra dei cosiddetti "piani nobili"; le finestre degli abbaini; i cortili con le fontane e, ancora in molti casi, le stalle riadattate a box per auto; i "toret", tipiche fontanelle di strada, ornate con testa di toro e dipinte di verde; i corsi abbondanti di platani e castagni; le tantissime piazze che, alcune grandi e altre piccole, raccontano le vicende dei dintorni e la storia della città; le persiane di legno verdi o grigie che arredano elegantemente le facciate.
Ogni angolo possiede una propria particolarità e, a dispetto della sua ritmica squadrata, difficilmente si ha l'impressione di trovarsi due volte nello stesso posto.
E poi i palazzi che, partendo dal centro, definiscono nettamente la direzione storica di crescita del nucleo urbano: barocco, tardo barocco, liberty, littorio, moderno, postmoderno.
Chi arriva in treno e scende a Porta Nuova, la stazione principale, si guarda intorno e subito si rende conto dell'unicità del paesaggio. La facciata della stazione è in stile Liberty e altrettanto il giardino della piazza che le sta di fronte, poi a destra e a sinistra un viale, corso Vittorio Emanuele II, che si allunga a perdita d'occhio interrotto da un lato, verso nord, dall'imponente statua dedicata al re e dall'altro, verso sud, dal ponte sul po dedicato al re Umberto I, e ancora chilometri e chilometri di portici che quasi nascondono alla vista i portoni dei palazzi a sottolineare la riservatezza che i cittadini ricercano e, in molti casi, ostentano.
E poi ancora, piazza Statuto con la statua dedicata ai caduti durante la costruzione del traforo del Frejus e i palazzi, tutti uguali per dimensioni e colori, un tempo riservati alle sedi diplomatiche molto numerose durante il periodo in cui fu capitale d'Italia. Il quartiere "Cit Turin" dove trionfa lo stile Liberty. La zona degli artisti con la piccola e meravigliosa piazza dedicata a Maria Teresa, principessa di Savoia, e le botteghe dei collezionisti e le gallerie d'arte. La strada principale, via Roma, che con i suoi palazzoni in stile Littorio sembra avvolgere la assolutamente metafisica piazza San Carlo, detta anche il "salotto di Torino", dove un trionfo di Barocco sembra aver fermato l'orologio del tempo all'epoca del Regno di Piemonte. E ancora, il San Paolo uno dei quartieri popolari più antichi che conserva i vecchi stabilimenti Lancia incastrati tra i palazzi abitati dagli operai.
Potrei continuare a descrivere tutti gli scorci che mi affascinano, ma mi fermo per non annoiare chi legge.
Quando sento il bisogno di respirare e assaporare quello che definisco il "vero spirito" di questa città, passeggio per le vie laterali quelle che solo i torinesi frequentano oppure faccio un giro in macchina per la penultima periferia dove il carattere popolare sembra essere rimasto intatto con le sue piole con le sedie impagliate occupate da anziani che giocano a carte o le massaie coi fianchi larghi e le sporte traboccanti di frutta e verdura appena acquistate in uno dei numerosi mercati.
Se poi il grigiore tipico del tardo autunno e una sottile ma tagliente pioggerella copre il tutto, il mio cuore esplode dall'emozione. Perché in queste condizioni si esalta a livelli eccezionali la bellezza e la natura riflessiva della città.
Tutto ciò è quel che amo di Torino, ed è quello che mi ha impedito di trasferirmi altrove, nonostante non mi siano mancate le occasioni.
Ma io voglio continuare a viverci e voglio morire qui.
Esiste però anche una parte fastidiosa, ed è la piega di ultra-progresso che negli ultimi venti anni le è stata imposta dalle amministrazioni che si sono alternate alla sua gestione.
E' importante chiarire che il sottoscritto non è assolutamente contrario al progresso, ma è altresì contrario allo scempio dettato da pelosi interessi economici e spacciato per progresso.
Non sono affatto esperto di urbanistica, ma non credo che sia necessario esserlo per rendersi conto che le recenti costruzioni siano un'offesa al buon gusto. Tanto da chiedersi se qui esista o meno un piano regolatore e uno specifico assessore istruito al suo rispetto.
Può sembrare paradossale affermarlo, ma si rimpiangono i palazzi costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta per ospitare i lavoratori emigrati dal Meridione e dal Nord-Est in zone come Mirafiori, Le Vallette o Falchera che, nonostante la loro esagerata uniformità a tratti triste, forse, rendono comunque un'idea e una fotografia di quartieri vivi. Mentre i nuovi insediamenti abitativi che stanno sorgendo al posto dei vecchissimi stabilimenti abbandonati, sono sciatti, inodori, incolori, malgrado siano abbigliati con tinte sgargianti. Facciate di sole finestre, chiese ripiene di guglie improponibili e adorne d'acciaio. Il tutto costruito intorno ad enormi e impersonali capannoni adibiti a centri commerciali dove le insegne delle griffe squarciano la quiete del paesaggio.
Infine lo spreco.
Un nuovo genere di spreco, però, lo spreco a rendere.
Torino, tra alti e bassi, ha una popolazione che oscilla tra i novecentomila e il milione e mezzo di abitanti. E nonostante ciò può tranquillamente competere con le metropoli europee per quanto concerne le strutture sportive o pseudo tali.
Escludendo, ovviamente, le numerose piscine e le palestre di cui ogni quartiere è fornito, si possono contare: un velodromo, mèta di appassionati per la sua facciata e per il monumento dedicato a Fausto Coppi che gli sta di fronte ma che versa in condizioni di semiabbandono; due stadi per il calcio più uno in costruzione (il Comunale o Olimpico, il "Primo Nebiolo" e l'ex "Delle Alpi") e qui è necessario aprire una breve parentesi per illustrare la storia degli stadi a Torino dal Mondiale '90 ad oggi: all'epoca lo stadio Comunale aveva una capienza di circa settantacinquemila spettatori (in piedi), che ben stretti aumentavano a settantottomila circa, e anziché ristrutturarlo modernizzandolo e rendendolo idoneo alle nuove norme sulla sicurezza, si decise di costruirne uno in periferia per, si disse allora, "evitare le interminabili code e ottenere una defluenza più rapida", ma si scoprì in seguito che i motivi erano altri ossia l'ottenimento di fondi supplementari da Stato, Coni e Fifa, la storia del Delle Alpi dura sedici anni fatti di fastidi per i frequentatori della struttura dovuti alle raffiche di vento e alla scarsa visibilità, insomma uno stadio che non è mai piaciuto a nessuno. L'occasione per rivalersi arriva con le Olimpiadi invernali del 2006, quando si decide di ristrutturare il vecchio impianto Comunale, casa delle due principali squadre di calcio per oltre cinquant'anni, e, inspiegabilmente, invece di allargare le tribune e stabilire una capienza sui quaranta-cinquantamila si decide di stringere e rimpicciolire il tutto fino ad ottenere una capienza massima di ventitremila persone e con una a dir poco orribile visibilità del campo da ogni punto, complice soprattutto la presenza di barriere in plexiglass, per non parlare delle difficoltà inerenti il traffico automobilistico intorno alla struttura e quelle suscitate dai commercianti ambulanti del vicinissimo mercato di corso Sebastopoli, sale così il livello di avversione da parte degli stessi frequentatori. La Juventus, ovviamente mossa dai propri interessi commerciali, minaccia l'amministrazione di emigrare in un altra città e in risposta, la stessa amministrazione, cosa fa? Concede al Torino l'usufrutto gratuito dell'impianto per novantanove anni, mantenendo la proprietà e quindi senza la possibilità di apporre modifiche alla capienza e vende alla Juventus per una cifra ridicola l'impianto della Continassa (il Delle Alpi) così che possa ristrutturarselo a piacere.
Continuiamo con l'elenco delle strutture sportive.
La piscina Comunale, ex impianto dotato di vasca olimpica; due palazzetti del ghiaccio, completamente inutilizzati; e quattro palazzetti dello sport: il Palasport del parco Ruffini, un tempo casa della locale squadra di basket; il PalaVela; il PalaOval e il PalaIsozaki.
E, tuttavia, per esempio, uno dei festival estivi di musica per cui giungono in città giovani da tutta Europa, il Traffic Free Festival, si svolge a Venaria Reale, comune dell'hinterland.
Indubbiamente, per questioni economiche, si è dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Aldilà infatti di quella attuale, Torino vive una crisi da almeno quindici anni con fabbriche che chiudono e società che traslocano, a Milano per esempio. E' perciò chiaro che si è dovuta reinventare. Ma questa operazione di rinnovamento, è stata guidata da una piega verso il basso.
Se la vecchia Torino operaia degli anni Sessanta-Settanta, pur mantenendo questa impostazione, era riuscita ad evolversi crescendo culturalmente fino a diventare un centro di nteresse turistico, ora il rischio reale è di trasformarsi in città-dormitorio.
Per carità, non dimentichiamo che su Torino incombe la vicinanza di Milano, come accennato, e non si tratta qui di fomentare campanilismi a volte sciocchi. Ma, a chi piace essere satellite?
Concludendo, ritengo che questa città abbia potenzialità poco coltivate e poco sviluppate e il sindaco, anziché pensare esclusivamente alla propria ambizione di amministratore a livello nazionale travestendo la città a sua immagine e somiglianza (tanto che in molti oramai la chiamiamo Chiamparinopoli.....), dovrebbe esaltarle invece che svenderle al peggior offerente.
Ripeto, non voglio fare il campanilista a tutti i costi ma non dimentichiamo che qui sono state battezzate molte eccellenze nazionali: la radio, la televisione, il cinema, le aziende del telefono, dell'energia elettrica, dell'automobile solo per citarne alcune. Senza contare poi che è da sempre una fucina di pensatori, scrittori, musicisti, ingegneri, informatici e chi più ne ha ne metta.

venerdì 27 agosto 2010

Un "virus" moderno.

Quando, oramai tre anni fa, ho iniziato a scrivere (su) questo blog, era soprattutto la curiosità che mi spingeva. Avevo sentito vagamente parlare di tale realtà e, nel pieno rispetto delle moderne regole di omologazione, mi sono detto: voglio farlo anch'io.
Qualcuno mi aveva detto che scrivevo bene (mi pare evidente che fosse una presa in giro...) e dentro di me è partita la scintilla.
Da un punto di vista creativo, i primi tempi sono stati eccezionali.
Sentivo di avere qualcosa da dire tutti i giorni. Ma sentivo anche che mancava una delle parti fondamentali: il dialogo.
Le visite, e soprattutto i commenti, erano così rare da farmi pensare di avere sopravvalutato le mie capacità. Così ho deciso di traslocare su una piattaforma meno ampia e sono approdato su Libero che, a mio parere allora, rispetto ad altri offriva una buona scelta di template e, soprattutto, una community di utenti ben avviata.
Ho parcheggiato i miei pensieri e i miei disgusti lì per un annetto e devo ammettere che mi ha dato qualche soddisfazione, il flusso di visitatori è aumentato esponenzialmente fino ad assestarsi sulle cinquanta fisse giornaliere (...che per molti è un numero da ridere, ma per il sottoscritto era un risultato fenomenale) e anche i commenti, quindi l'opportunità di dialogo, non mancavano.
Ho conosciuto (diciamo virtualmente) molte persone, alcune molto gradevoli, altre molto meno, ma comunque nell'insieme ho ricordi piacevoli di quel periodo.
Poi la "scoperta", il grande fastidio.
Non ho mai avuto la pretesa di possedere conoscenze particolari, ma ci sono momenti nella vita di ognuno di noi in cui ci si pone determinati quesiti di ordine fondamentale. Sono, queste, le classiche domande filosofiche che, volenti o nolenti, assillano il genere umano: chi e cosa siamo? qual'è il nostro scopo? In breve, la domanda delle domande: perchè?
Quindi, con tutti i limiti personali che possiedo, ho tentato di toccare argomenti di un certo tipo.
La delusione è stata tale da farmi pensare di avere a che fare con individui disinteressati e ignoranti.
Appena dedicavo un post a questioni filosofiche o politiche di un certo livello, ma pur sempre con il mio stile, che non definisco elementare ma nemmeno accademico, tutto taceva.
Pochi commenti, nessuna riflessione degna di nota, tranne qualche saluto o complimento (che , nel caso specifico, risultava a dir poco fastidioso).
Mi chiedevo: è possibile che quando si parla di cazzate tutti hanno qualcosa da dire e quando invece si parla del senso della vita o di importanti questioni politiche (...non nel senso di gossip parlamentare) nessuno si degni di, quanto meno, prestare attenzione?
Tutto ciò mi ha convinto a ritornare da dove ero partito e, armi e bagagli, ho fatto dietro-front qui su Blogger.
"Va bene. Ok, hai raccontato la tua storia. Ma qual'è il punto?"
Il punto è che mi ero sbagliato.
Mi sono reso conto che il problema non era causato da ignoranza o disattenzione.
Il problema è lo stesso che affligge l'umanità occidentale tutta: l'iper-individualismo.
Non interessa a nessuno costruire rapporti con altre persone, l'unico scopo è dire la "nostra". Ma ci importa poco o nulla se dall'altra parte c'è una persona o un tronco d'albero o una macchina che risponde in automatico.
E tutto ciò, evidentemente, è contrario alla natura umana.

martedì 24 agosto 2010

No Beast so Fierce (2 of 3)

- Ascolti, ho trentun anni. In testa ho più capelli grigi di lei. Spero di essere abbastanza maturo da poter prendere delle decisioni, se non altro su dove dormire. Se la prigione non mi ha insegnato almeno questo, significa che è stata un gran spreco di tempo.
- Tenendola dentro, la prigione ha protetto la società. E proteggere la società è anche il mio lavoro, il mio primo lavoro.
- Mi hanno fatto uscire. E io voglio restar fuori. Non è costretto a soffiarmi di continuo sul collo. Fa un servizio migliore se mi aiuta, no? Voglio essere una persona rispettabile. ma potrei anche non essere in grado di capire il significato della rispettabilità nel modo in cui lo intende la maggior parte della gente.
Mi fermai, sforzandomi di incanalare l'agitazione in una serie di parole sensate, il sudore a bagnarmi la fronte e le ascelle. - Deve rendersi conto che sono diverso da lei. Sono deviato e intrappolato da fin troppi ieri per essere uguale a lei. Ma ciò non significa che sia una minaccia per la società. Se credessi che il mio futuro debba per forza essere uguale al mio passato, mi ucciderei. Sono stanco. Posso forzarmi quanto basta per mantenermi entro i confini della legge, ma non sarò mai l'ometto che torna dalla moglie e dai figli nel suo villino sulla San Fernando Valley. Vorrei tanto esserlo, ma non lo sono. E le sue minacce non m'aiuteranno a controllarmi. Le minacce provocano rabbia, non paura.
- Nessuno la sta minacciando - replicò Rosenthal. - Sto soltanto mettendola al corrente della realtà della situazione, di ciò a cui si dovrà adattare.
- Suonano come minacce.
- Sono qui per aiutarla.
- Ripetendomi "dovrai" e "non dovrai".
- Non ho stabilito io le condizioni per la libertà condizionata. Mi limito a farle rispettare. Non potrei darle il permesso di contravvenire alle regole neppure se lo volessi. Se lo facessi non continuerei a lavorare per molto.
- Mi dimostri un minimo di flessibilità e io farò lo stesso. Si limiti a chiedermi di non commettere crimini, non pretenda che io viva secondo i suoi criteri morali. Se è la società che lo richiede, allora la società non avrebbe dovuto assegnarmi a decine di famiglie diverse e rinchiudermi nei riformatori, finendo per rovinarmi. E questi ultimi otto anni: cazzo, dopo un'esperienza del genere nessuno sarebbe più normale. Cerchi di capire la mia situazione. Non conosco nessuno se non ex detenuti, malviventi e prostitute. Non riesco nemmeno a sentirmi a mio agio in compagnia della gente regolare. Mi piacciono le squillo, non le brave ragazze. Non ho bisogno di un'analisi freudiana, che in ogni caso non riuscirebbe a cambiare i fatti. ma il fatto che preferisca andare a letto con una puttana non significa che sia sul punto di usare una torcia all'acetilene su una cassaforte.
- Significa che vuole il permesso di fare il magnaccia.
- No! No! Voglio solo che lei capisca che non si possono ridurre le persone a delle formule. - M'interruppi per tirare il fiato e per estrarre espressioni comprensibili dal vortice di confusi pensieri che mi aveva assalito la mente. - Fondamentalmente le sto chiedendo di non trasformare la mia libertà vigilata in un guinzaglio con cui strozzarmi.
- Fondamentalmente vuole fare di testa sua, non è così?
Lo stomaco mi si serrò in un nodo. Rosenthal era inamovibile. Avevo tentato. Rivoli di sudore mi scendevano sotto la camicia. Un terribile pensiero esplose in superficie. E se Rosenthal avesse avuto ragione? E se davvero seguire ciecamente le regole fosse la chiave per raggiungere la felicità e la pace interiore? Era possibile che un individuo solo, per quanto sicuro delle proprie opinioni, fosse nel giusto? Forse Rosenthal riusciva a vedermi con chiarezza, mentre il sottoscritto si autoaccecava con una cortina di parole. Accettare un pensiero del genere equivaleva a mettere un piede oltre l'orlo dell'abisso. Tornai sulla terraferma della segreta indignazione. Avevo cercato di essere onesto, ma il fottimadre non era uno di cui ci si potesse fidare. Avrei usato l'inganno.
Rosenthal mi guardava, un sorriso da Gioconda dipinto sulle labbra spesse, gli occhi luccicanti, le mascelle a lavorare la gomma. - Lasciamo perdere le stronzate e parliamo di cose serie - disse. - Ora le dirò ciò che mi aspetto da lei.
Annuii in segno di accettazione.
- Non la metterò in una casa di riabilitazione - riprese - per la semplice ragione che sono tutte piene. La trovo ancora la soluzione migliore, ma non posso farci nulla. Lei ha un passato di tossicodipendenza, e quindi le richiederò l'esame settimanale. Ecco il modulo da firmare. - Allungò la mano verso un cassetto.
- Non mi faccio di eroina da quando avevo diciannove anni.
- Se c'è un passato di uso di droghe di qualsiasi tipo...marijuana, pillole, quello che vuole...il soggetto viene sottoposto all'esame. - Fece scivolare sulla scrivania il modulo e una penna a sfera. Il documento dichiarava che mi sottoponevo volontariamente al programma di esami antistupefacenti. Lo firmai, ribollendo di rabbia. Rosenthal mi spiegò che avrei dovuto presentarmi al centro tra il mezzogiorno e le sei e mezzo di ogni venerdì e mi consegnò un foglietto di carta con l'indirizzo.
- Ora - proseguì - che mi dice del lavoro?
- Sto cercando - risposi.
- I responsabili dell'azienda che l'assumerà dovranno essere informati della sua situazione.
Quelle parole mi causarono un'ondata di nausea. Avevo contato sul fatto di essere in grado di nascondere il mio passato: avrei potuto essere diverso facendo sì che gli altri pensassero che fossi diverso. La gravità di quell'ordine mi stordì.
- E come faccio a trovare un lavoro decente?
- Sono le regole. Oggi lei inizia il suo regime di libertà condizionata. - Gettò un'occhiata al suo orologio da polso.
- Devo lasciarla. Nel pomeriggio mi devo presentare in tribunale. Quando avrà trovato un posto dove stare, lasci il suo indirizzo alla ragazza del centralino. - Allungò una mano verso la sua giacca e mi fece strada verso l'uscita. Camminando mi spiegò la ragione della sua visita al tribunale. Era andato a prendere un detenuto che non si era presentato all'esame. Mentre erano in viaggio verso il centro, il detenuto aveva inserito la mano in tasca e ne aveva estratto un palloncino con una dose da dieci dollari di eroina. Era una storia triste, commentò Rosenthal, perché l'uomo aveva già due precedenti incriminazioni per uso di stupefacenti e sarebbero passati quindici anni prima che avesse potuto presentare un'altra richiesta di libertà condizionata. L'uomo aveva quarantasei anni.
Non dissi nulla. Non provavo alcuna pena per chi aveva agito come un idiota di tali dimensioni. E neppure ce l'avevo con Rosenthal, che si era comportato esattamente nel modo in cui mi ero aspettato si comportasse. Era ancora più cieco di me. Nel suo sguardo potevo scorgere me stesso, ma era un'empatia non corrisposta. Se fossi riuscito a cavarmela, sarebbe stato suo malgrado.
Sul marciapiede mi sentii schiacciato dalla calura. Dovevo trovare una stanza da qualche parte e dormire. Le pillole stavano terminando il loro effetto, lasciandomi addosso una stanchezza doppiamente intensa. E il peso della libertà vigilata si stava trasformando in una sorta di albatro appollaiato sul collo. Avrei dovuto adattarmici o sarei tornato dritto in prigione. - Bastardo - mormorai - succhiacazzi di un bastardo fottimadre.

(Tratto da: "Come una bestia feroce", Edward Bunker; Mondadori, Milano)

sottofondo consigliato: "Coffee shop", RHCP, 1995



to be continued...

sabato 21 agosto 2010

History repeating

«Causa la Grande Depressione degli anni 1873-1895, nel cuore della prospera Inghilterra ricompare una miseria che si credeva sparita, quella della Londra dei paria.
Le prime inchieste rivelano tutte la miseria operaia, quella che fu definita pauperismo. Gli operai erano mal nutriti, andavano vestiti di stracci, abitavano in condizioni terribili, i loro quartieri erano focolai malsani di epidemie.
Ciò che colpì fu innanzitutto la durezza e la relativa frequenza delle crisi industriali, che lasciavano senza lavoro e senza risorse, in una stessa città o regione, decine, forse centinaia di migliaia di persone. A Roubaix, nel 1846-1847, il 60 per cento degli operai tessili era disoccupato, e a Rouen lo erano i tre quarti. I grandi stabilimenti di Berlino occupavano, nel 1875, 70.000 operai, tre anni più tardi soltanto 29.000. Il minimo rallentamento dell'attività industriale si abbatteva subito sui lavoratori. Se lavoravano a domicilio per un produttore, questi non era in alcun modo tenuto a fornire loro le materie prime o il lavoro. Coloro che erano salariati potevano essere assunti e licenziati in un'ora: erano ancora rare le imprese sufficientemente moderne da aver bisogno di specialisti che valesse la pena di mantenere qualunque fosse la congiuntura, ai quali garantire una certa sicurezza d'impiego e un pagamento mensile. In queste condizioni, l'operaio viveva alla giornata: la sua situazione fu tremenda nel corso delle crisi della prima metà del secolo e, dal momento che le difficoltà dell'industria erano largamente connesse a quelle dell'agricoltura, esse coincidevano con i periodi di rincaro del prezzo del grano. Tuttavia, se successivamente, al tempo della Grande depressione (1873-1896), il calo dei redditi venne in qualche misura attenuato dal contenimento dei prezzi, specialmente in prodotti agricoli, cominciò ad apparire in Germania e in Gran Bretagna, più che nella Francia maltusiana, una persistente disoccupazione fino ad allora sconosciuta, dissimulata dal sottoimpiego nelle campagne e dall'emigrazione oltre Atlantico.
A ogni modo, i primi osservatori furono unanimi: anche in periodo di piena occupazione, e a prestare fede alle cifre fornite dai padroni e non alle testimonianze dei lavoratori, i salari erano appena sufficienti ai bisogni di un giovane operaio celibe: erano, come noto, troppo scersi per una giovane operaia nubile pressoché condannata alla prostituzione occasionale - essendo la retribuzione delle donne la metà di quelli degli uomini - o per i lavoratori e le lavoratrici in età avanzata, costretti a ricorrere alla pubblica carità. Non erano sufficienti al sostentamento di una famiglia nel caso vi fossero dei bambini. Allora, in tempi normali, la maggior parte delle risorse disponibili - sempre più della metà, più spesso i tre quarti - era destinata all'alimentazione: al pane, soprattutto, chiaramente nero o integrale, ai frutti e alla fecola, ai legumi e ad altri cibi, ma raramente alla carne o al pesce. Un'alimentazione monotona, a base di prodotti di cattiva qualità, quando non volutamente alterati da venditori o commercianti poco scrupolosi. Per una ragione o per l'altra, i tempi erano duri, la fame si faceva sentire, e per sopravvivere si doveva ricorrere agli scarti dei ristoranti e delle mense, delle quali, nella Francia di fine secolo, ancora si faceva commercio. ».
(a cura di U.Frevert e H.G.Haupt: L'uomo dell'Ottocento. Cap. I "L'operaio" di V.Robert, pgg.6-7-8. Laterza, Roma-Bari 2000)

sottofondo consigliato: Kraftwerk, Das Model, 1980

mercoledì 18 agosto 2010

L'arnese subumano

Qualche tempo fa, alla radio.
Tema della trasmissione: "Quella volta che vi hanno rotto l'oggetto a cui tenevate tanto".
Sms di un ascoltatore: "La donna delle pulizie mi ha rotto la puntina del giradischi, che io considero un figlio. Licenziata la sera stessa!".
Sembra incredibile, sembra un'esagerazione, sembra una sciocchezza. Sembra.
Si legge e subito la si dimentica, probabilmente perchè è così grave che non ci si bada più. O, probabilmente, perchè sono così tanti quelli che la pensano in modo simile da rendere l'episodio normale.
Chissà quante volte si è sentito dire di gente disposta addirittura ad uccidere chi danneggiasse un vetro o la vernice sulla carrozzeria dell'automobile. O che si vantano di amare e rispettare più il proprio cane piuttosto che il collega di lavoro o il vicino di casa. Ma si dai, cosa vuoi che sia. Sono cose che si dicono, ma non si pensano realmente.
Siamo proprio sicuri?
Chi vuole pensarla in questo modo è, purtroppo, padrone di farlo. Ed è questo il motivo per cui divido gli esseri umani in "persone" e "mostri".
Una delle citazioni che preferisco è di Karl Marx, e recita: "Il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso sembra essere che le forze materiali vengono dotate di vita spirituale e l'esistenza umana avvilita a forza materiale".
In poche parole, ecco il concetto di reificazione ossia la soggettivizzazione dell'oggetto.
La reificazione ha un legame imprenscindibile col capitalismo, al quale interno i rapporti tra esseri umani vengono ridotti a rapporti tra le merci da essi prodotti.
Nel caso in questione, "la donna delle pulizie" non è un essere umano ma è un utensile di lavoro di cui si può disporre a proprio piacere.
Come un chiodo, che quando si piega si getta via e se ne prende un altro.

venerdì 13 agosto 2010

Human disposable.

«Seba è una giovane donna di ventidue anni, bella e piena di vita, ma mentre mi racconta la sua storia si ritira in se stessa, fuma nervosamente, trema, finchè non scoppia a piangere.

"Sono stata allevata da mia nonna in Mali. Quando ero ancora una ragazzina, venne da noi una donna che la mia famiglia conosceva e le chiese se poteva portarmi con sè a Parigi per badare ai suoi bambini. Disse a mia nonna che mi avrebbe mandata a scuola e che avrei imparato il francese. Quando arrivai a Parigi, però, non venni mandata a scuola, mi misero a lavorare tutto il giorno.
Da loro facevo tutto io: pulivo la casa, cucinavo, badavo ai bambini, lavavo e nutrivo il bebè. Ogni giorno cominciavo a lavorare prima delle sette del mattino e finivo verso le undici di sera; non avevo mai un giorno libero. La mia padrona non faceva nulla; dormiva fino a tardi, poi guardava la televisione o usciva.
Un giorno le dissi che volevo andare a scuola. Mi rispose che non mi aveva portata in Francia per mandarmi a scuola, ma perchè mi occupassi dei suoi bambini. Ero così stanca e demoralizzata. Avevo problemi ai denti; certe volte la guancia mi si gonfiava e sentivo un male terribile. Certe volte avevo mal di stomaco, ma dovevo lavorare anche quando ero malata. Certe volte, quando stavo male piangevo, ma la padrona mi sgridava.
Dormivo per terra in una delle camere da letto dei bambini; mangiavo quello che loro avanzavano. Non mi era permesso prendere cibo dal frigorifero come i bambini. Se lo facevo, lei mi picchiava. Mi picchiava spesso. Mi prendeva continuamente a botte. Mi batteva con la scopa, con gli strumenti di cucina, o mi frustava con i fili elettrici. certe volte sanguinavo; ho ancora i segni sul corpo.
Una volta nel 1992 arrivai in ritardo a prendere i bambini a scuola; la padrona e suo marito erano furiosi e mi cacciarono di casa. Non sapevo dove andare; non capivo niente e camminavo senza mèta. Dopo un po' il marito mi trovò e mi riportò a casa. Lì mi spogliarono nuda, mi legarono le mani dietro la schiena e cominciarono a frustarmi con un filo attaccato al bastone della scopa. Mi picchiavano tutti e due insieme. Sanguinavo molto e urlavo, ma loro continuavano a battermi. Poi lei mi strofinò del peperoncino sulle ferite e me ne infilò nella vagina. Persi conoscenza.
Più tardi uno dei bambini venne a slegarmi. Per parecchi giorni rimasi sdraiata sul pavimento dove loro mi avevano lasciata. Il dolore era terribile, ma nessuno si prese cura delle mie ferite. Quando fui in grado di stare in piedi, dovetti ricominciare a lavorare, ma da quella volta venni sempre chiusa a chiave nell'appartamento. Continuarono a picchiarmi."

Seba fu infine liberata quando una vicina, udito il rumore dei maltrattamenti e delle percosse, trovò il modo di parlarle. Vedendo le cicatrici e le ferite, la vicina chiamò la polizia e il Comitato francese contro la schiavitù moderna (Ccem), che portò il fatto in tribunale e prese Seba sotto la sua tutela. Gli esami medici confermarono che era stata torturata.
Oggi Seba è ben accudita e vive con una famiglia di volontari.
E' in terapia e sta imparando a leggere e a scrivere. Le ci vorranno anni prima di guarire completamente, ma è una giovane donna dotata di una forza straordinaria. Ciò che più mi ha sorpreso è stato vedere quanta strada debba ancora fare. Parlando con lei, mi sono accorto che sebbene abbia ventidue anni e sia dotata di una buona intelligenza, la sua comprensione del mondo è meno sviluppata di quella di un bambino di cinque anni.
Per esempio, finchè è rimasta in schiavitù, ha avuto una scarsa cognizione del tempo - per lei non esistevano nè le settimane, nè i mesi, nè gli anni. Per Seba esisteva solo l'eterno ciclo lavoro/sonno. Sapeva che c'erano giornate calde e giornate fredde, ma ignorava che le stagioni si succedessero secondo un ordine. Se mai aveva saputo la sua data di nascita, se l'era dimenticata e non sapeva quanti anni avesse. L'idea di "scegliere" la disorienta.
La sua nuova famiglia cerca di aiutarla a prendere delle decisioni, ma lei ancora non ci si raccapezza.
[...]
Anche se il suo fosse un caso isolato, sarebbe comunque scioccante, ma Seba non è che una delle forse tremila schiave domestiche che risiedono a Parigi. E questo tipo di schiavitù non si limita certo alla capitale francese. A Londra, New York, Zurigo, Los Angeles e ovunque nel mondo, ci sono bambini sottoposti alle brutalità della schiavitù domestica. E non sono che un piccolo contingente della schiavitù mondiale.»

(Kevin Bales: I nuovi schiavi, la merce umana nell'economia globale. Cap.1. La nuova schiavitù, pgg. 7-8-9. Feltrinelli, Milano 2000)


sottofondo consigliato: U2, In God's country, 1987




giovedì 12 agosto 2010

"Education of a Felon"

«Riappendendo il ricevitore, considerai la possibilità di darmi alla fuga. A mio avviso, è preferibile essere inseguito che catturato, ed era lampante che si era aperto un capitolo tutto nuovo nei miei rapporti con la Divisione delle Condizionali. Con grosse riserve, mi misi in macchina per raggiungere l'ufficio delle condizionali.
Era situato al centro della città, nell'edificio che al pianterreno ospitava il vecchio Million Dollar Theater. Una volta dentro, l'assistente addetta al pubblico doveva azionare un sistema di apertura della porta perchè si potesse riuscire. I bugigattoli usati come uffici si aprivano lungo un passaggio stretto: il posto evocava un luogo kafkiano. Si aprì una porta, comparve una testa, e una mano mi fece cenno di entrare.
- Personalmente, la rimanderei immediatamente in prigione, - fu la frase con cui mi accolse Harry Sanders. Era sulla trentina, grasso e sgradevole, le guance cascanti che gli straripavano dal collo della camicia. Vibravano quando muoveva la testa - Il mio superiore mi ha detto di aspettare.
Sono sicuro che il superiore in questione era convinto che fossi sempre sotto la protezione di Mrs. Hal Wallis. Non aveva intenzione di agire in maniera sconsiderata.
- Le dirò una cosa - proseguì Sanders. - Si troverà un altro tipo di lavoro.
- Che c'é di male a vendere automobili?
- Troppe tentazioni...troppe truffe ai clienti.
Volevo protestare, ma i giornali erano pieni di articoli a proposito di uno scandalo recente riguardante H.J. Caruso, uno dei più importanti concessionari della California del Sud. Alzai le spalle senza dire nulla.
- E questa Jaguar...Lei si sbarazzerà di questa vettura. Chi diavolo crede di essere? Uno in libertà vigilata al volante di una Jaguar!
Abbassai lo sguardo in segno di sottomissione, ma ciò non mi impedì di fantasticare quanto mi sarebbe piaciuto trattare con quel tizio a quattrocchi, da qualche altra parte, senza testimoni. Quando tornai all'automobile, mi accorsi che le mani mi tremavano. Volevo ammazzare Sanders, perchè sapevo, contrariamente alla credenza popolare, che l'omicidio è forse il crimine più facile da commettere, così come uscirne fuori puliti, se l'autore segue un copione semplice. Innanzitutto, non fidarsi di nessuno. E' un fardello troppo pesante da portare per gli altri, specie se questi altri si ritrovano in una situazione in cui possono scambiare l'informazione in loro possesso con la libertà.
Troppa gente si sente apparentemente obbligata a fidarsi di qualcuno, vuotando il sacco. L'assassinio è un fardello pesante per l'anima. Così non dovrebbe essere, ma lo é.
Il secondo passo consiste nel trovare un posto dove sorprendere la vittima da sola, un vicolo, un parcheggio, un garage sotterraneo.
Avanzate di qualche passo e sparate, preferibilmente tra gli occhi o dietro l'orecchio; anche il cuore può andare. Accertatevi che il colpo sia mortale e che nessuno potrà identificarvi. Sbarazzatevi dell'arma, in un posto dove non sarà mai possibile ritrovarla, e fate in modo che non si possa risalire a voi, nel caso in cui venga ritrovata. Dunque non ci sono né corpi del reato, né testimoni. Anche se la polizia è convinta della vostra colpevolezza, non esiste alcuna prova che potrà esibire dinnanzi a una giuria. Se vi interrigano, non mentite. Non dite nulla, tranne: - Voglio parlare con il mio avvocato - .
Ditelo agli sbirri che eseguono l'arresto; ditelo all'agente addetto alla procedura di ingresso in prigione; ditelo agli investigatori che vi interrogano; ditelo a tutti gli agenti che passano; ditelo all'infermiere che distribuisce i medicinali; ditelo al custode: - Voglio parlare con il mio avvocato.
Mi sentivo in grado di passarla liscia, ma non era nella mia natura uccidere a sangue freddo. Per legittima difesa, sì. Se qualcuno minacciava la mia vita, l'avrei eliminato senza tanti complimenti. Harry S. poteva forse rientrare in questa categoria, ma quel forse non era abbastanza perchè gli togliessi la vita, benché non valesse gran che. Avrei provato a resistere, ad accettare ciò che mi diceva, avrei provato a rabbonirlo. Era contrario alla mia natura, ma era l'unica possibilità che avevo di vincere.
Mi restavano nove mesi e dodici giorni per portare a termine la mia condizionale. Lo Stato mi aveva messo un cappio al collo quando avevo quattro anni affidandomi alla tutela del Tribunale dei Minori. Da allora ero stato in libertà vigilata o in regime di affidamento in prova al servizio sociale. Se ero capace di resistere, c'era la speranza che il mio responsabile fosse impegnato in altri casi che potevano attrarre la sua attenzione. Se fossi riuscito a tener duro per un anno, mi sarei scaricato da ogni obbligo. Sarei stato libero.»

(Edward Bunker, "Educazione di una canaglia", cap. Decimo: Nella merda fino al collo, pgg. 349-350-351. Einaudi, Torino 2002)


sottofondo consigliato: Wu-Tang Clan - Severe Punishment, 1997


mercoledì 4 agosto 2010

"Proibito, ma possibile"

Fonte: La Stampa

Continua la campagna "Disemo le cassate ché tanto i boccaloni se magneno tuto!" di GeneracionY il blogghe della donna a forma di spazzolino da water, Yoani Sanchèz.
Questa volta il post tocca argomenti veramente duri, quelle problematiche che affliggono solitamente i professionisti del Girapollici: la norma antitabacco che vige dal 2005.
Allora, dato che il tema trattato mi suscitava un interesse sproporzionato ma, ignorante come sono, non riuscivo a comprenderlo, ho deciso di dare un'occhiata ai commenti.
E qui ho scoperto che si discute per ore di argomenti ben più interessanti, state a vedere:
"brava yoani meno male che ci sei tu che ci illumini da cuba.
scritto da Pecore ";
"Spiegatemi cosa c'entrano Agnelli e la Fiat con i problemi di Cuba. Commenti a tono, per favore, o sono costretto a cancellare. scritto da Lupi";
"ma di quale reddito parli, pappagallo di mm, che a momenti a Cuba non hanno più nemmeno gli occhi per piangere, a Cuba funzionano bene le squadracce che picchiano ed intimidiscono quelli che criticano il regime, donne comprese, queste cose da noi ci sono già state e si chiamavano " camice nere del fascismo e della rivoluzione" (fascista!) A marià, te sei ridotto come la naftalina, a conservazione de li stracci vecchi. Pussa via, rientra nel cassonetto, o vuoi che te rimannamo a carci'colo? scritto da anonimo";
"Non sapevo che la libertà di questo blog è limitata.La famiglia non si tocca. Ma io non sono un servo. Non posso scrivere comparando l'Italia. Meglio che me ne sia zitto.Non voglio fare come quelli che dicono parolacce e pòi si nascondono. Se non mi è permesso di parlare,in questo Blog,cercherò altri blog più liberi! Pòi diter che a Cuba non esiste la libertà! HaHaHa! scritto da mariani maurizio";
"Abbiamo capito,Mariani è stato epurato,perche ha parlato della famiglia imperiale.Ma non erano i Castro i dittatori? scritto da anonimo ";
"All'anima della democrazia. scritto da bo!";
"Mariani è stato censurato dal democratico e civilissimo Lupi. Ma non erano i Castro che facevano i censori? Cuba deve far parlare la Sanchez e l'Italia? Fate parlare Mariani. Questa è solo ipocrisia!
scritto da un discepolo del Mariani".

Mi fermo qui per pudore.....
Ah, infine, annota l'eroina (leggi diacetilmorfina o alcaloide morfina...) di essere preoccupata per Juan Juan Almeida che si sta recando a pretendere il suo permesso di uscita.
Ovviamente di Gerardo Hernandez, incarcerato ingiustamente da 11 anni negli Usa, nemmeno una parola.

martedì 27 luglio 2010

Car-e/i/u/w/f/x/y compagn-e/i/u/w/f/x/y, "lonzianamente" sputiamo sull'uguaglianza!



Sottotitolo: cachiamo su Marxe!



Leggendo la bozza per il Documento Congressuale della Federazione della Sinistra siamo giunti alle seguenti conclusioni: è giusto preservare e lottare per la differenza!
Viva la differenza!
Basta con il patriarcato!
Viva la differenza di genere!
Inoltre, non esiste solo l'eteroessualità: pensiamo ai LGBQT!
Secondo una sessuologa ingese, i sessi sarebbero milioni!
E perchè non miliardi?
Dovremmo, giustamente, adeguare anche la grammatica!
Pertanto, compagna/b/c/d/e/f/g/h/i/j/k/l/m/n/o/p/q/r/s/t/u/v/x/w/y/z/@/#/§, lottiamo per la differenza, per ogni differenza!
Per i LGBQT e per i miliardi (infiniti) di sessi esistenti, per i borghesi, differenti dai proletari e per ogni soggettività economicamente differente!
Viva il comunismo! Viva l'Arcobaleno... e Goldrake dove lo mettiamo... Allora, viva Goldrake!