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martedì 27 novembre 2012

Antonietta, l’ameba e il barboncino Bigùdin.


Hai presente quando leggi qualcosa e pensi: “cacchio, io li conosco due così!” ?
Ecco, questo è il caso.
E se volessi anche fare il pettegolo, aggiungerei che la lei soffre di carenza di sesso.
«Nell’immaginario collettivo una coppia di portinai, binomio costituito da entità talmente insignificanti che solo la loro unione le rende manifeste, possiede quasi certamente un barboncino.

giovedì 18 ottobre 2012

San Luca.


Il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso sembra essere che le forze materiali vengono dotate di vita spirituale e l’esistenza umana avvilita a forza materiale.
(Karl Marx)

mercoledì 17 ottobre 2012

- soddisfazioni -


Conforti efficacissimi della vecchiaia sono le arti e la pratica delle virtù, le quali anche nella più tarda età sono feconde di stupendi vantaggi, perché la coscienza libera di rimorsi e la memoria d’avere operato il bene sono dolcissima soddisfazione dell’uomo.
(Cicerone)

martedì 9 ottobre 2012

Occhio nel cielo.


«Hamilton tornò a immergersi nei suoi pensieri e registrò un’altra informazione nel suo archivio di saggezza. In quel mondo la categoria dei clacson era stata abolita. Su quella strada, a quell’ora, con tutti i pendolari che tornavano a casa, c’era sempre qualcuno che suonava. Adesso non più.
Nel suo sforzo di ripulire i mali del mondo, Edith Pritchet aveva sradicato non dei semplici oggetti, ma intere categorie. Probabilmente, in qualche luogo e in qualche tempo ormai lontani, era stata disturbata dallo strombazzare di un camion. Adesso, nella accogliente versione fantastica di quel mondo, cose del genere non esistevano più. Anzi, non esistevano, e basta.»
(P.K.Dick: Eye in the Sky, 1957)

domenica 7 ottobre 2012

L'impressione.


Ho sempre avuto l’impressione
che fossimo vicini, come due frutti
usciti dallo stesso ramo.
Il giorno si leva mentre ti scrivo,
il tuono brontola dolcemente,
la giornata sarà piovosa.
Ti immagino mentre ti raddrizzi
sul tuo letto.
Questa angoscia che senti, io la sento
allo stesso modo.
La notte ci abbandona
la luce delimita
di nuovo le persone
Le persone piccolissime.
{Michel Houellebecq}

giovedì 20 settembre 2012

Il piacere.


«Scoprii per la prima volta la parola piacere da bambino leggendo una versione per l’infanzia de  ”Le mille e una notte”.
Ne rimasi ossessionato. Alludeva a fastosi banchetti, a donne, a cibi prelibati, a bevande inebrianti, tutte cose proibite ai bambini. E inoltre i personaggi di quelle storie erano pronti a sacrificare persino la vita pur di raggiungere il piacere. Quella parola s’impresse dunque per la prima volta nel mio animo associata a un ambiguo senso di proibizione. Avevo l’inconsapevole intuizione che il nucleo della voluttà fosse rapportabile al sesso. Per lungo tempo la ragione di quello strano connubio tra il piacere e il sesso fu per me un enigma. Ma nessuno, soprattutto nella società contemporanea, può assaporare le voluttà della vita nella gaia atmosfera de “Le mille e una notte”.
Per il maschio il sesso non è piacere, bensì un subire l’aggressione dell’angoscia, della paura, della solitudine, di sensazioni sinistre ed incomprensibili. E’ necessario un lungo processo prima che tali sensazioni possano trasformarsi in piacere. Nella società moderna una delle condizioni essenziali del piacere è la presenza del denaro. Probabilmente lavoriamo, ci impegniamo, cerchiamo di conquistare il successo per l’inconscio desiderio di coniugare il sesso al piacere. La società moderna costringe il sesso a trasformarsi in qualcosa di doveroso, di freddo, di morto: per riuscire a renderlo fonte di piacere è in primo luogo necessario vincere nella severa competizione per la sopravvivenza. 
Sembra che i giovani moderni tendano con ogni sforzo a privare il sesso della sua dimensione voluttuosa. Un settimanale ha recentemente pubblicato l’intervista ad una donna che va con due uomini, e il suo modo di concepire la comunicazione tra gli esseri umani è realmente interessante. Afferma infatti che in un mondo in cui le riviste equivalgono alle chiacchiere di un’amica, la televisione alle scene domestiche della vita familiare, la radio ad un’amichevole conversazione, non c’è motivo di considerare diversamente il rapporto sessuale. La sua opinione mi ha profondamente impressionato. Tornerò ancora su questo argomento. 
Tempo fa assistetti alla proiezione di un film molto bello, il “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli, io che non riesco, irriverentemente, a reprimere la noia quando assisto a un dramma di Shakespeare, sia esso rappresentato a teatro o sullo schermo, mi sono appassionato a questo film, traboccante dello splendore e del movimento della vita. Fu forse la prima volta che viene rappresentata in immagini la passione amorosa di Stendhal. Forse anche perché i protagonisti erano un giovane di sedici anni ed una fanciulla di quindici, come una cinguettante coppia d’incantevoli uccelli, non v’era traccia di piacere, ma dominava la passione.
Ed è proprio la cieca passione, incurante di tutto, il più alto privilegio della giovinezza nei confronti del sesso: una passione che gli adulti giudicano bella perché hanno ormai dimenticato la sofferenza che ad essa è legata. Probabilmente, nella sfera del sesso, la passione equivale all’esatto contrario del piacere. E forse è per questo che nei giovani il desiderio sessuale, giunto al suo apice, si trasforma in passione, mentre negli adulti diviene piacere. Va però detto che i giovani moderni tentano di liberare il sesso persino dalla passione. Il piacere richiede denaro, che è precluso ai giovani. La passione non lo richiede, ma impone la determinazione a rischiare la vita.»
(“Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima)

martedì 28 agosto 2012

Alti


«I due passavano così quelle giornate in vagabondaggi trasognanti; scoprivano inferni che l’amore poi redimeva, rinvenivano paradisi trascurati che quello stesso amore dopo profanava; il pericolo di far cessare il giuoco per incassarne subito la posta si acuiva, urgeva per tutti e due; alla fine non cercavano più, ma se ne andavano assorti nelle stanze più isolate, quelle dalle quali nessun grido avrebbe potuto giungere a nessuno; ma grida non vi sarebbero state, solo invocazioni e singulti bassi. Invece se ne stavano lì tutti e due stretti ed innocenti, a compatirsi l’un l’altro.
Un giorno, non il cervello di Tancredi che in questo non aveva nulla da dire, ma tutto il suo sangue aveva deciso di finirla; quella mattina Angelica, da quella bella canaglia che era, gli aveva detto: “Sono la tua novizia,” richiamando alla mente di lui con la chiarezza di un invito, il primo incontro dei desideri corso fra loro; e già la donna resa scarmigliata si offriva, già il maschio stava per sopraffare l’uomo, quando il boato del campanone della chiesa piombò quasi a picco sui loro corpi giacenti, aggiunse il proprio fremito agli altri; le bocche compenetrate dovettero disgiungersi, per un sorriso. Si ripresero; e l’indomani Tancredi doveva partire.
Quelli furono i giorni migliori della vita di Tancredi e di quella di Angelica, vite che dovevano poi essere tanto variegate, tanto peccaminose sull’inevitabile sfondo di dolore. Ma essi allora non lo sapevano ed inseguivano un avvenire che stimavano più concreto benché poi risultasse formato di fumo e di vento soltanto. Quando furono divenuti vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore.»

lunedì 27 agosto 2012

"Serate fiacche" 2


— Un po’ come oggidì: quando le militanze benpensanti dei “campus” americani riescono con leghe e “campagne” a far togliere i termini inopportuni e sconvenienti come «negro» dai vocabolari della lingua. Aprendo la strada ad abbondantissime revisioni delle “scorrettezze” biasimate anche se inconsapevoli: che cosa fare, adesso, per esempio, di tanta roba nera — la bandiera dei pirati, la camicia dei fascisti, la giacchetta degli arbitri, la borsa dei borsari, il papa dei Gesuiti, la Gazzetta di Guido Piovene, e la pecora, e l’anima, e la magia, la maglia, la messa, la cronaca (magari in neretto), e il cinema noir (spesso in bianco e nero), e gli abominevoli fondi neri ma anche i conti correnti benedetti quando non più in rosso tornano finalmente in nero; e i romanzi neri, i buchi neri, il caffè nero e il nerofumo e il nero di seppia, perfino nei risotti… Tutta roba scorretta usata sconsideratamente e senza permessi finora…
E certo, si comincia sempre col linguaggio. Sopprimendo le parole già “obiettive” che precisano una realtà fisica non approvata: nano, cieco, zoppo, sordo, gobbo, storpio, muto, facchino. Mentre tutta l’Italia burocratica, eufemistica e ipocrita nelle sue osservanze di rappresentanza, è tradizionalmente soddisfattissima di esprimersi esclusivamente per metafora, o mediante litote: la pratica e conveniente figura retorica piccolo-borghese e benpensante e dabbene che allude a un dato di fatto o un concetto negando il suo contrario. Oggi, non vedente, non deambulante, non udente: come ieri «non si sente troppo bene», detto dei moribondi. Ma con nuovi problemi: con che litote aggiornare un cognome così non corretto come Alberto Sordi, e come definire gobbo Rigoletto affermando il suo contrario. (Però intanto dilettandosi preferibilmente con storiacce e figuracce di massacri e delitti storici e attuali e fantastici, con sbudellamenti e tormenti possibilmente efferati, immaginari e autentici. Anche nazisti e cannibali, con l’ipocrisia dell’alibi moralistico: «per far sì che non si ripetano mai più». Così intanto si replicano giorno e notte, passando dalle SS a Godzilla: per la gioia dei grandi e piccini correttissimi che adorano il serial killer, hanno il cult dello sventratore, e vogliono vedere il sangue). —
(Alberto Arbasino, Paesaggi italiani con zombi, Adelphi Milano 1998)

domenica 26 agosto 2012

"Serate fiacche" 1

— Ciclicamente, atavicamente, in ogni generazione italiana, gli inveterati conformismi e le intolleranze inestirpabili si camuffano con etichette aggiornate (secondo i nostri trasformismi classici e cronici) per meglio imporre le faziosità arroganti e sfogare le bili individuali. In nome di Dio, del Papa, del Duce, di Gesù, dei Savoia, della Madonna, di Stalin e Togliatti, dei Dogmi, delle Circolari, delle Contestazioni, di teoremi e assiomi imposti da rivoluzionari e reazionari, militari e reverendi, presidenti di comitati e portavoce di sigle.  Generazioni e battaglioni di legionari, bigotti, militi, militanti, miliziani, bacchettoni, beghine, squadristi, terroristi, attivisti, agitprop, predicatori, leaderini, maestrini, capetti, con invariabili settarismi aggressivi: fino alle intimidazioni e angherie del «politicamente corretto».
Una costante propriamente etnica: i soliti Machiavelli e Guicciardini, nonché Leopardi, Gramsci, D’Annunzio e altri la spiegano benissimo (antropologi formidabili…). E si ripropone e ripete continuamente identica: con una sopraffazione dispotice e tirannica in nome di boss discutibili e slogan fanatici. Una reverenza servile ai “superiori” e alle ovvietà del momento; e un prepotente scarico di livori personali (e gelosie, rivalità, concorrenze, invidie) contro gli avversari privati e i colleghi di mestiere. Sotto l’ombrello generale dell’intolleranza riciclata e incurabile: soprattutto quando i trasformismi «politicamente corretti» impongono di far coincidere il Conformismo con la Trasgressione. Uniformare l’Ottemperanza e l’Osservanza con la Provocazione & Dissacrazione istituzionale. Omologando l’Alternativo ufficiale e il Dissenso rituale nell’optional obbligatorio del Consenso di Regime. Con apparente perdita di coordinate e parametri per gli zombi e i cloni.  E inquadramento immediato nelle nuove normative per i sudditi.
Il Politicamente Corretto, cioè il conformismo pià tipico del nostro tempo (targa: «P.C.» o «pc», dunque da non confondere col vecchio partito comunista nostrano o col personal computer), spunta anni addietro e si sviluppa nelle più intolleranti e pedanti università americane di provincia, come ripresa di bigottismi e tabù intransigenti dopo l’apparente epifania “liberatoria” o “rivoluzionaria” dei meno puritani anni Sessanta. Ne fa proprie talune rigide convenzioni di abbigliamento e linguaggio (come le canottiere e capigliature zozze dei vecchi cantanti di successo, più codificate e immutabili nei decenni che qualunque uniforme militare o paramento ecclesiastico o tailleur di Chanel). E le applica a tutti i codici e protocolli e dispositivi censori della nuova convenzionalità.
Con osservanze devote e totem tassativi. Come quando le zie e prozie Benildi o Clotildi non avrebbero mai detto né scritto piede o prete perché fra i dabbene corretti si può usare soltanto estremità e sacerdote. Non si va, ma ci si reca. Non si sente, bensì si ode o si ascolta. Ci si esprime come nei regolamenti burocratici e nelle circolari delle associazioni, con eufemismi reverenziali, metafore rispettose, schizzinosità permalosissime su aggettivi e avverbi. (Non già ricorrendo a vocaboli impietosi e scomodi per dissacrare interiezioni banali come «cazzo» o «culo»). Non esistevano nemmeno le figlie, ma solo alcune figliuole, da tutelare come sprovvedute in tutto e per sempre: come i gruppi e i comitati d’oggidì. E per le signorine o signore insegnanti, l’abituccio o la canzonetta immodesta potevano costituire infrazioni talmente riprovevoli da imporre immediata denunzia alla direttrice didattica perché convocasse d’urgenza il consiglio scolastico. Onde prender gli opportuni provvedimenti punitivi per tutte le scuole del Regno; e fare intervenire la milizia volontaria per la sicurezza nazionale, le commissioni dei genitori benpensanti, le squadre del buon costume, gli ispettori del “repulisti” anche «negli angolini» e «sotto le lenzuola». —  
(Alberto Arbasino, Paesaggi italiani con zombi, Adelphi Milano 1998)

mercoledì 4 aprile 2012

Il nulla non produce concretezza.

«Mi svegliai nelle tenebre fra i lamenti. Quando i miei occhi si furono abituati all'ombra fitta, mi scorsi intorno i compagni d'arma giacenti a migliaia sul terreno sulfureo su cui scorrevano lividi riflessi. Non scorgevo che crateri fumanti, solfatare, paludi appestate. Montagne di ghiaccio e mari di tenebra racchiudevano l'orizzonte. Un cielo di bronzo ci pesava sulla fronte. L'orrore del luogo era tale che piangemmo accovacciati, i gomiti sulle ginocchia e i pugni stretti contro il viso. Ad un tratto, alzando gli occhi, scorsi il Serafino, ritto dinanzi a me come una torre. Sul suo splendore primitivo il dolore gettava un cupo e splendido ornamento.
"Compagni" disse "dobbiamo rallegrarci perché siamo liberi dalla servitù celeste e negli inferi la libertà vale di più che la schiavitù nei cieli. Non siamo vinti perché ci resta la volontà di vincere. Per opera nostra ha vacillato il trono del Dio geloso, per opera nostra esso crollerà. Alzatevi compagni e in alto i cuori!".
Al suo comando, sovrapponemmo dunque montagne a montagne, drizzammo sulle vette grandi macchine per scagliare rocce infiammate contro la divina dimora. L'esercito celeste fu preso di sorpresa e dalla sua sede gloriosa partirono gemiti e grida di terrore. Pensavamo già di rientrare vincitori nella nostra patria suprema, ma la montagna del Signore si coronò di saette e la folgore cadendo sulla nostra fortezza la ridusse in polvere.
Dopo quest'ultimo disastro, il Serafino ristette per un poco pensoso, la testa fra le mani. Sollevò poi il volto annerito. Era diventato Satana, più grande di Lucifero. Gli angeli fedeli gli si stringevano intorno.
"Amici" disse "non abbiamo ancora vinto, perché indegni ed incapaci di vincere. Rendiamoci conto di quanto ci è mancato. Non si governa la natura, non si acquista la padronanza dell'Universo, non si diventa Dio che attraverso la conoscenza. Dobbiamo scoprire la folgore e a questo ci dobbiamo dedicare senza sosta. Non sarà ora il cieco coraggio (nessuno nel corso di questa giornata ha dimostrato più coraggio di voi) a consegnarci le frecce divine, ma lo studio e la riflessione. Meditiamo dunque in questo luogo tetro nel quale siamo piombati, cercando i motivi segreti delle cose.
Osserviamo la natura con inesausto ardore e desiderio di conquista, sforziamoci di penetrarne la grandezza e la piccolezza infinite. Tentiamo di scoprire quando essa è sterile e quando è feconda, com'essa produca il caldo e il freddo, la gioia e il dolore, la vita e la morte, come raccolga e divida i suoi elementi e come produca l'aria trasparente che respiriamo, le rocce di zaffiro e diamante da cui precipitiamo, il fuoco divino che ci ha tinti di nero e il pensiero orgoglioso che agita i nostri spiriti. Lacerati da vaste ferite, bruciati da fiamme di ghiaccio, rendiamo grazie al destino che si è curato di aprirci gli occhi, e rallegriamoci della nostra sorte. Facendo una lunga esperienza della natura, attraverso il dolore, siamo incitati a conoscerla e a domarla.
Quand'essa ci obbedirà saremo diventati Dei. Ma se dovesse celare per sempre i suoi misteri, rifiutarci le armi e conservare il segreto della folgore, dovremo ancora rallegrarci per aver conosciuto il dolore, perché esso ci rivela sentimenti nuovi, più dolci e preziosi di quelli che si provano nella beatitudine eterna, e c'ispira l'amore e la pietà, sconosciuti ai cieli".
Queste parole del Serafino ci mutarono i cuori aprendoci a nuove speranze. Un desiderio immenso di conoscere ed amare ci colmava il petto.
Frattanto nasceva la terra.»

("La révolte des anges", Anatole France, 1914)

Sottofondo consigliato: Richard Wagner, "Walkürenritt".




domenica 4 marzo 2012

«Storie di scrittori e di case chiuse»

A cura di Giorgio Dell'Arti per «LaStampa» {03.03.12} da: Giuseppe Scaraffia, «Le signore della notte. Storie di prostitute, artisti e scrittori»

{Henri de Toulouse-Lautrec "Au Salon de la rue des Moulins" (olio) 1894}

«Proust si masturbava a tutto spiano, la cosa era risaputa in famiglia e fortemente discussa tra il figlio, il padre, la madre, il fratello e gli altri parenti. Il padre Adrien, professore alla Facoltà di Medicina e autore di un saggio sull’igiene del nevrastenico, lo supplicò una volta di darsi pace “almeno per quattro giorni”. Ma ecco una lettera che lo stesso Marcel scrisse a suo nonno alla metà di maggio del 1888: «Mio caro nonno, mi rivolgo a te per chiederti la gentilezza che intendevo chiedere al signor Nathan, ma che Mamma preferisce io chieda a te. Ecco perché. Avevo così bisogno di una donna per smettere le mie cattive abitudini di masturbazione. Papà mi ha dato dieci franchi per andare al bordello. Ma 1˚ nella mia emozione ho rotto un vaso, tre franchi; 2˚ a causa di quella stessa emozione, non sono riuscito a scopare. Eccomi dunque come prima in attesa di ora in ora di 10 franchi per scaricarmi e in più di tre franchi per il vaso. Ma non ho il coraggio di richiedere tanto presto il denaro a papà e spero che vorrai venire in mio soccorso in questa circostanza».

Tolstoj
fu trascinato per la prima volta in un postribolo dai fratelli. Aveva 16 anni. Andò con una ragazza ubriaca. Alla fine rimase fermo vicino al letto a singhiozzare.

Palais-Royal «Le tariffe delle prostitute del Palais-Royal» (tutte tra i 14 e i 24 anni), guida che circolava sottobanco nel 1790 e che conteneva la descrizione dei luoghi limitrofi al Palais-Royal e degli altri quartieri di Parigi, nomi, indirizzi e particolarità di ogni passeggiatrice. Altro titolo di riferimento: «Almanacco delle signorine di Parigi».

Tariffe
Qualche tariffa: Victorine, sei lire con tazza di punch in omaggio. Madame Duperin, 25 lire insieme a quattro amiche. La Baccante, sei lire per i giovani, il doppio per gli anziani. La Saint-Aubin, «deliziosa biondina focosissima, pronta ad abbandonarsi a un amico o a un’amica, 100 scudi». La massa delle frequentatrici del Palais-Royal si prestava per somme modeste (fra tre soldi e tre lire).

Alleluia «Ho la sifilide! Finalmente! La grande sifilide... Ho la sifilide e ne sono fiero, per tutti i diavoli! E disprezzo sommamente tutti i borghesi. Alleluia, ho la sifilide, quindi non ho più paura di prenderla» (Guy de Maupassant nel 1877: la sifilide lo portò alla tomba dopo averlo reso demente).

Toro Maupassant, soprannominato «il toro triste». Nelle case di piacere si esibiva davanti agli amici. Una volta raggiunse l’orgasmo sei volte con una donna, poi passò a un’altra con cui replicò per altre tre volte. Il record di cui si vantò con Turgenev: 19 volte in tre giorni.

Flaubert da giovane sceglieva la prostituta più brutta e la possedeva davanti a tutti, senza togliersi il sigaro di bocca. «Non mi divertivo affatto, ma lo facevo per il pubblico».

{Henri de Toulouse-Lautrec "Donna che si infila una calza" (Olio alla trementina su tavola) 1894}

Kafka preferiva donne mature e grassocce con abiti fuori moda. Una volta al bordello ne prese una cui mancavano molti denti.

Alexandre Dumas si chiudeva per un giorno intero in una stanza del postribolo con due compiti: cinque prostitute da montare e cinque atti teatrali da scrivere. Assolveva sempre entrambi.

La pittrice surrealista Leonor Fini, che trovava «meravigliosi, dei veri paradisi» i bordelli di Le Havre. «Mi arrabbio quando penso ai cretini che affermano: “Non sono mai riuscito ad andare a letto con una puttana” e perdono il tempo con stupide troie di buona famiglia».

A Cuba, Georges Simenon andò con la moglie Denyse in una delle migliori case d’appuntamento dell’isola. Videro una bellissima ragazza nera, Denyse gli suggerì di salire in camera con lei, poi lo seguì e condivise con lui la ragazza. Ripeterono a più riprese questa esperienza. Una volta scelsero due prostitute: una giovane creola e una ragazza bionda. Fu l’inizio di una fitta frequentazione.

Modigliani insegnò a un amico pittore, il giapponese Foujita, a lavarsi i denti prima di entrare in un postribolo, riguardo molto apprezzato dalle prostitute.

Anche le prostitute sulle barricate del 1848 a Parigi. Victor Hugo vide «una donna giovane, bella, scapigliata, terribile» che si era fatta avanti per fermare l’avanzata delle truppe. Si era alzata la gonna sul ventre nudo invitando i soldati, nel gergo dei postriboli, a spararle. I soldati spararono. Poi ne era apparsa un’altra, ancor più giovane e bella, e anche questa aveva sfidato la Guardia nazionale sollevandosi la gonna. I soldati fecero fuoco anche su di lei.

La chiusura delle case chiuse, «più che un delitto, un pleonasmo» (l’attrice Arletty).»

mercoledì 14 dicembre 2011

The man in the High Castle

«Juliana, sdraiata sopra un lenzuolo disteso sul pavimento della stanza, era stretta accanto a Joe Cimadella. La stanza era calda, piena del sole di metà pomeriggio. Il suo corpo e quello dell'uomo fra le sue braccia erano madidi di sudore.
Una goccia scivolò lungo la fronte di Joe, si arrestò per un attimo sullo zigomo, poi le cadde sulla gola.
- Goccioli ancora, mormorò lei.
Joe non disse nulla. Il suo respiro, lungo, lento, regolare.....come l'oceano, pensò Juliana. Dentro, non siamo altro che acqua.
- Come è stato? gli chiese.
Lui mormorò che gli era piaciuto.
Mi sembrava, pensò Juliana. Me ne accorgo sempre. Adesso dobbiamo alzarci, riprenderci. O qualcosa non va? E' il segno di una disapprovazione inconscia?
Lui si mosse.
- Vuoi alzarti? Si afferrò a lui con tutte e due le braccia.
- Non farlo. Non ancora.
- Non devi andare in palestra?
Non andrò in palestra, disse Juliana fra sé. Non lo capisci? Ce ne andremo da qualche parte; non rimarremo qui ancora per molto. Ma dovrà essere un posto in cui non siamo mai stati prima d'ora. E' il momento.
Lo sentì che cominciava a sollevarsi, a mettersi in ginocchio, sentì le proprie mani che scivolavano sulla sua schiena umida. Poi lo sentì andar via, i piedi nudi sul pavimento.
In bagno, certamente. A farsi una doccia.
E' finita, pensò. Oh, bene. Emise un sospiro.
- Ti sento, disse Joe dal bagno. - Che ti lamenti. Sempre giù di corda, eh? Preoccupazione, paura e sospetto, per me e per ogni altra cosa al mondo..... Riemerse per un attimo, insaponato e gocciolante, con il volto radioso. - Che ne diresti di partire?
Il cuore le batté più forte. - Per dove?
- In qualche grande città. Magari verso nord, a Denver, che te ne pare? Ti porterò fuori, comprerò i biglietti per qualche bello spettacolo, poi un buon ristorante, viaggeremo in taxi, e potrai avere un abito da sera o quello che ti serve. D'accordo?
Lei non riusciva a credergli, ma voleva farlo; si sforzò di credergli.
- Ce la farà quella tua Stude? le gridò Joe.
- Ma certo, disse lei.
- Ci procureremo tutti e due un bel vestito nuovo, le disse. - Ce la spasseremo, forse per la prima volta nella nostra vita. Servirà a non farti crollare.
- Dove troveremo i soldi?
- Li ho io, disse Joe. - Guarda nella mia valigetta. Richiuse la porta del bagno; lo scroscio soffocò le sue parole.
Juliana aprì il cassetto e tirò fuori la valigetta sporca e ammaccata. Era vero. In un angolo trovò una busta che conteneva banconote della Reichsbank, una valuta ottima e accettata dovunque. Allora possiamo andare, si rese conto. Forse non si sta prendendo gioco di me. Vorrei solo essere dentro di lui e vedere quello che c'è, si disse mentre contava il denaro.....»

{Philip K. Dick, The man in the High Castle, 1962}


Sottofondo consigliato: Julien-K, "Forever"

martedì 27 settembre 2011

Svegliatevi, dormienti.

«[...] Nel matrimonio ebraico all'epoca di Cristo lo sposo si recava in casa della sposa, accompagnato da ancelle rigorosamente vergini. Nella parabola raccontata da Cristo (Matteo 25:1-13) le ancelle sono dieci, di cui cinque savie e cinque stolte. Quelle savie sanno che non sempre gli sposi sono puntuali; e siccome devono far luce con le loro lampade, si sono portate una scorta d'olio. Quelle stolte no, e male gliene incoglierà.
Quando, dopo lungo ritardo, nel cuore della notte, arriverà lo sposo, svegliando le ancelle che nel frattempo avevano ceduto tutte al sonno, quelle savie avranno olio a sufficienza per far luce; le altre l'avranno finito e dovranno correre a comprarne. A questo punto accade uno dei tanti piccoli eventi crudeli di cui sono costellati i Vangeli: le vergini savie seguiranno lo sposo e verranno ammesse al matrimonio; quelle stolte giungeranno in ritardo e troveranno la porta sprangata. Quando chiederanno al Signore di aprire loro, quello risponderà seccamente "Non vi conosco".
Cosa c'entra Dick in tutto questo?Molto. Quando aveva scelto di intitolare il suo romanzo Cantata 140 era evidentemente a Matteo che pensava, per il tramite di Nicolai e Bach. Wachet auf, proclama il coro all'esordio della cantata. Quell'esortazione è evidentemente rivolta ai dormienti del romanzo, gli sleepers. C'è una possibilità: non dovranno restare ibernati per sempre a spese dello stato; potranno tornare alla vita e salvarsi dal nulla cui li ha condannati un'economia per la quale sono inutili.
Il discorso, indubbiamente, è piuttosto moderno per un romanzo concepito tra il 1963 e il 1964, nel bel mezzo del boom economico del dopoguerra: verte sull'inutilità degli esseri umani, di alcuni esseri umani. Prima che il problema della disoccupazione, del surplus di braccia si manifestasse, Dick aveva già ipotizzato una soluzione grottesca e sarcastica: la gente in più che non serve al sistema economico mettiamola in ghiacciaia. Teniamola da parte. Forse ci serviranno un giorno, forse no, però se li mettiamo in cantina non andranno in giro a prostituirsi, drogarsi, rubare, spacciare e chissà quante altre attività illegali. Teniamo desti solo quelli che servono, che lavorano e consumano. Quelli che fanno girare la macchina del capitale. Gli altri, a dormire. Così non dovremo ricorrere a misure estreme e impopolari (eutanasia? Pena di morte?), e ce li saremo comunque tolti dai piedi.
La questione del romanzo a ben vedere è tutta lì: cosa farne di questi uomini e donne in più, che guarda caso sono di colore (non necessariamente neri, anche nelle varie tonalità del marrone fino al caffelatte più sbiadito)? C'è un sistema che si fonda sui dormienti e su altre misure per tenere bassa la sovrappopolazione. I potenti di quel sistema (i George Walt con il loro bordello orbitale, dove si può godere della vera crack in space, oppure il dottor Lurton Sands che ha trasformato i dormienti in miniera d'organi, e d'oro) ovviamente preferiscono, com'è sempre stato, che il sistema sia preservato, così restano potenti. Altri cercano un'alternativa, e tutti li deridono, e forse non sbagliano, perché quando Bruno Mini compare alla fine del romanzo bisogna riconoscere che è un personaggio ridicolo, un inventore da strapazzo ai limiti della ciarlataneria. Ma l'apertura della breccia nello spazio, del passaggio da una Terra sovrappopolata ed esaurita a un'altra-Terra che all'inizio pare vergine e accogliente, ribalta improvvisamente la situazione.
Come nella parabola di Matteo, arriva lo sposo, cioè il regno dei cieli, e i dormienti si sveglieranno; e la voce che annuncia la venuta è quella di uno dei più strambi candidati alla presidenza degli Stati Uniti che mai la letteratura americana abbia concepito: Jim Briskin, un negro baffuto che va in giro con una parrucca rossa, ex-newsclown, quindi un personaggio da Striscia la notizia più che da Casa Bianca. Un uomo semplice e, lo si capisce da tanti episodi del romanzo, sostanzialmente buono.
»

(Brano tratto dalla postfazione, a cura di Umberto Rossi, di "The Crack in the Space", di Philip K. Dick, 1966; pgg. 200-201, Fanucci Editore, Roma 2002)

Sottofondo consigliato: No time, no space; F.Battiato


domenica 25 settembre 2011

Karel Kosik, "Dialettica del concreto"

[...] L'atteggiamento primordiale e immediato dell'uomo nei confronti della realtà non è quello di un astratto soggetto conoscente, di una testa pensante che considera la realtà speculativamente, bensì quella di un essere che agisce oggettivamente e praticamente, di un individuo storico, che esercita la sua attività pratica in rapporto con la natura e con gli altri uomini, e persegue l'attuazione dei propri fini e dei propri interessi entro un determinato complesso di rapporti sociali. Pertanto la realtà non si presenta dapprima all'uomo sotto l'aspetto di un oggetto da intuire, da analizzare e da comprendere teoricamente - il cui polo opposto e complementare è appunto l'astratto soggetto conoscente, che esiste fuori del mondo e appartato dal mondo - ma come il campo in cui si esercita la sua attività pratico-sensibile, sul cui fondamento sorgerà l'immediata intuizione pratica della realtà. Nel rapporto pratico-utilitaristico con le cose - in cui la realtà si svela come mondo dei mezzi, dei fini, degli strumenti, delle esigenze e degli sforzi per soddisfarle - l'individuo "in situazione" si crea delle proprie rappresentazioni delle cose ed elabora tutto un sistema correlativo di nozioni che coglie e fissa l'aspetto fenomenico della realtà.
Ma "l'esistenza reale" e le forme fenomeniche della realtà - che si riproducono immediatamente nella testa di coloro che realizzano una prassi storica determinata, come complesso di rappresentazioni o categorie del "pensiero comune" (che soltanto per "barbara abitudine" vengono considerate concetti) - sono diverse e spesso assolutamente contraddittorie con la legge del fenomeno, con la struttura della cosa e cioè col suo nucleo interno essenziale e col concetto corrispondente. Gli uomini usano il denaro e con esso eseguono le transazioni più complicate, senza nemmeno saper nè essere tenuti a saper cos'è il denaro. Quindi la prassi utilitaria immediata e il senso comune ad essa corrispondente mettono gli uomini in condizione di orientarsi nel mondo, di familiarizzarsi con le cose e di maneggiarle, ma non procurano loro la *comprensione* delle cose e della realtà. Per questa ragione Marx può scrivere che coloro i quali determinano effettivamente le condizioni sociali si sentono a loro agio, come un pesce nell'acqua, nel mondo delle forme fenomeniche, estraniatesi ala loro connessione interna e assolutamente incomprensibili in tale isolamento. In ciò che è intimamente contraddittorio essi non vedono nulla di misterioso, e il loro giudizio non si scandalizza minimamente di fronte all'inversione di razionale e irrazionale. La prassi di cui si tratta in questo contesto è storicamente determinata e unilaterale, è la prassi frammentaria degl'individui, fondata sulla divisione del lavoro, sulla ripartizione della socetà in classi e sulla gerarchia di posizioni sociali che su essa s'innalza. In questa prassi si forma tanto l'ambiente materiale determinato dall'individuo storico, quanto l'atmosfera spirituale in cui l'apparenza superficiale della realtà viene fissata come mondo della pretesa intimità, confidenza e familiarità in cui l'uomo si muove "naturalmente" e con la quale ha a che fare nella vita d'ogni giorno.
Il complesso dei fenomeni che affollano l'ambiente quotidiano e la comune atmosfera della vita umana, che con la loro regolarità, immediatezza ed evidenza penetrano nella coscienza degli individui agenti assumendo un aspetto indipendente e naturale, costituisce il mondo della pseudoconcretezza.
Ad esso appartengono:
il mondo dei fenomeni esteriori, che si svolgono alla superficie dei processi realmente essenziali;
il mondo del trafficare e del manipolare, cioè della prassi feticizzata degli uomini (la quale non coincide con la prassi critica rivoluzionaria dell'umanità);
il mondo delle rappresentazioni comuni, che sono proiezioni dei fenomeni esterni nella coscienza degli uomini, prodotto della prassi feticizzata, forme ideologiche del suo movimento;
il mondo degli oggetti fissati, che danno l'impressione di essere condizioni naturali e non sono immediatamente riconoscibili come risultati dell'attività sociale degli uomini.
Il mondo della pseudoconcretezza è un chiaroscuro di verità e inganno. Il suo proprio elemento è il doppio senso. Il fenomeno indica l'essenza e contemporaneamente la nasconde. L'essenza si manifesta nel fenomeno, ma soltanto in modo inadeguato, parzialmente, oppure solo per certi lati e certi aspetti. Il fenomeno rimanda a qualcosa d'altro da se stesso, e vive soltanto grazie al suo contrario. L'essenza non è data immediatamente: è mediata dal fenomeno e pertanto si manifesta in qualcosa d'altro da se stesso. L'essenza si manifesta nel fenomeno. Il suo manifestarsi nel fenomeno rivela il suo movimento e dismostra che l'essenza non è inerte e passiva. ma proprio allo stesso modo il fenomeno rivela l'essenza. La manifestazione dell'essenza è appunto l'attività del fenomeno.

(Karel Kosik, Dialettica del concreto)

mercoledì 25 agosto 2010

No Beast so Fierce (3 of 3)

"Come una bestia feroce" si accentra principalmente sulla rabbia e la frustrazione che il protagonista del romanzo, proprio come lo stesso Bunker, prova quando viene rimesso in libertà e si trova a dover fronteggiare nel migliore dei casi l'indifferenza, nei peggiori l'odio e l'ostilità del mondo esterno.
Uno dei ricordi più brucianti che Bunker conserva di quei momenti riguarda le dolorose vesciche provocate dalle scarpe normali, dopo che per anni i piedi erano stati abituati alle ampie calzature della prigione. Prima della sua uscita, Bunker aveva scritto centinaia di lettere richiedendo lavoro, senza ottenere una sola risposta. La sua fedina penale aveva agito come un'efficace condanna. E' questo il destino di molti ex detenuti in America, per i quali spesso l'espiazione dei peccati in carcere non è sufficiente, agli occhi della società civile, a garantire una significativa redenzione.
Emarginato nel vero senso della parola, Bunker si fece ancora una volta fagocitare dal crimine. Una notte, dopo aver scassinato la cassaforte di un bar, venne arrestato dopo un vertiginoso inseguimento in auto e venne immediatamente processato. Nell'aula del tribunale si finse pazzo, e poco dopo convinse gli specialisti a emettere una diagnosi di schizofrenia. Lo stratagemma ebbe un tale successo che Bunker venne spedito alla prigione di Vacaville e classificato come detenuto pericoloso, giudizio che Bunker fece di tutto per confermare abbandonandosi più spesso che poteva a solitari e sonori deliri.
Riportato davanti alla corte, Bunker riuscì a farsi concedere la libertà su cauzione e restò in libertà per più di un anno.
In questo periodo si spostò in continuazione tra Los Angeles e San Francisco, gestendo quello che oggi definisce "un piccolo impero della droga". Ma i fondi presero a scarseggiare. Per aumentare le sue entrate, decise di rapinare una prospera piccola banca di Beverly Hills. Ma a questo punto si verificò la più incredibile delle coincidenze, che avrebbe potuto avere connotazioni davvero comiche se le sue conseguenza non fossero state così gravi. All'insaputa di Bunker, gli agenti della narcotici avevano nascosto un segnalatore nell'auto usata da Bunker per la rapina. Ci si aspettava che il "pollo" potesse condurre le forze dell'ordine nel bel mezzo di una trattativa illegale. Ma Bunker, armato e preparato a commettere una rapina e seguito non soltanto da un'auto ma perfino da un elicottero, condusse gli agenti proprio davanti all'ingresso della banca, dove si scatenò il pandemonio quando lo sfortunato rapinatore venne riconosciuto, inseguito a lungo in auto, catturato ad armi spianate e severamente percosso.
Questa volta le prospettive erano per Bunker piuttosto grame. Già per tre volte in galera, Eddie si apsettava una condanna a venticinque anni. Tentò il suicidio, ma venne condannato a cinque anni per tentata rapina e a sei anni per traffico di droga, pene da scontarsi simultaneamente.

(Tratto dall'introduzione di "Come una bestia feroce" di Edward Bunker, a cura di William Styron; Mondadori, Milano)

sottofondo consigliato: "Two of Us", The Beatles, 1970


martedì 24 agosto 2010

No Beast so Fierce (2 of 3)

- Ascolti, ho trentun anni. In testa ho più capelli grigi di lei. Spero di essere abbastanza maturo da poter prendere delle decisioni, se non altro su dove dormire. Se la prigione non mi ha insegnato almeno questo, significa che è stata un gran spreco di tempo.
- Tenendola dentro, la prigione ha protetto la società. E proteggere la società è anche il mio lavoro, il mio primo lavoro.
- Mi hanno fatto uscire. E io voglio restar fuori. Non è costretto a soffiarmi di continuo sul collo. Fa un servizio migliore se mi aiuta, no? Voglio essere una persona rispettabile. ma potrei anche non essere in grado di capire il significato della rispettabilità nel modo in cui lo intende la maggior parte della gente.
Mi fermai, sforzandomi di incanalare l'agitazione in una serie di parole sensate, il sudore a bagnarmi la fronte e le ascelle. - Deve rendersi conto che sono diverso da lei. Sono deviato e intrappolato da fin troppi ieri per essere uguale a lei. Ma ciò non significa che sia una minaccia per la società. Se credessi che il mio futuro debba per forza essere uguale al mio passato, mi ucciderei. Sono stanco. Posso forzarmi quanto basta per mantenermi entro i confini della legge, ma non sarò mai l'ometto che torna dalla moglie e dai figli nel suo villino sulla San Fernando Valley. Vorrei tanto esserlo, ma non lo sono. E le sue minacce non m'aiuteranno a controllarmi. Le minacce provocano rabbia, non paura.
- Nessuno la sta minacciando - replicò Rosenthal. - Sto soltanto mettendola al corrente della realtà della situazione, di ciò a cui si dovrà adattare.
- Suonano come minacce.
- Sono qui per aiutarla.
- Ripetendomi "dovrai" e "non dovrai".
- Non ho stabilito io le condizioni per la libertà condizionata. Mi limito a farle rispettare. Non potrei darle il permesso di contravvenire alle regole neppure se lo volessi. Se lo facessi non continuerei a lavorare per molto.
- Mi dimostri un minimo di flessibilità e io farò lo stesso. Si limiti a chiedermi di non commettere crimini, non pretenda che io viva secondo i suoi criteri morali. Se è la società che lo richiede, allora la società non avrebbe dovuto assegnarmi a decine di famiglie diverse e rinchiudermi nei riformatori, finendo per rovinarmi. E questi ultimi otto anni: cazzo, dopo un'esperienza del genere nessuno sarebbe più normale. Cerchi di capire la mia situazione. Non conosco nessuno se non ex detenuti, malviventi e prostitute. Non riesco nemmeno a sentirmi a mio agio in compagnia della gente regolare. Mi piacciono le squillo, non le brave ragazze. Non ho bisogno di un'analisi freudiana, che in ogni caso non riuscirebbe a cambiare i fatti. ma il fatto che preferisca andare a letto con una puttana non significa che sia sul punto di usare una torcia all'acetilene su una cassaforte.
- Significa che vuole il permesso di fare il magnaccia.
- No! No! Voglio solo che lei capisca che non si possono ridurre le persone a delle formule. - M'interruppi per tirare il fiato e per estrarre espressioni comprensibili dal vortice di confusi pensieri che mi aveva assalito la mente. - Fondamentalmente le sto chiedendo di non trasformare la mia libertà vigilata in un guinzaglio con cui strozzarmi.
- Fondamentalmente vuole fare di testa sua, non è così?
Lo stomaco mi si serrò in un nodo. Rosenthal era inamovibile. Avevo tentato. Rivoli di sudore mi scendevano sotto la camicia. Un terribile pensiero esplose in superficie. E se Rosenthal avesse avuto ragione? E se davvero seguire ciecamente le regole fosse la chiave per raggiungere la felicità e la pace interiore? Era possibile che un individuo solo, per quanto sicuro delle proprie opinioni, fosse nel giusto? Forse Rosenthal riusciva a vedermi con chiarezza, mentre il sottoscritto si autoaccecava con una cortina di parole. Accettare un pensiero del genere equivaleva a mettere un piede oltre l'orlo dell'abisso. Tornai sulla terraferma della segreta indignazione. Avevo cercato di essere onesto, ma il fottimadre non era uno di cui ci si potesse fidare. Avrei usato l'inganno.
Rosenthal mi guardava, un sorriso da Gioconda dipinto sulle labbra spesse, gli occhi luccicanti, le mascelle a lavorare la gomma. - Lasciamo perdere le stronzate e parliamo di cose serie - disse. - Ora le dirò ciò che mi aspetto da lei.
Annuii in segno di accettazione.
- Non la metterò in una casa di riabilitazione - riprese - per la semplice ragione che sono tutte piene. La trovo ancora la soluzione migliore, ma non posso farci nulla. Lei ha un passato di tossicodipendenza, e quindi le richiederò l'esame settimanale. Ecco il modulo da firmare. - Allungò la mano verso un cassetto.
- Non mi faccio di eroina da quando avevo diciannove anni.
- Se c'è un passato di uso di droghe di qualsiasi tipo...marijuana, pillole, quello che vuole...il soggetto viene sottoposto all'esame. - Fece scivolare sulla scrivania il modulo e una penna a sfera. Il documento dichiarava che mi sottoponevo volontariamente al programma di esami antistupefacenti. Lo firmai, ribollendo di rabbia. Rosenthal mi spiegò che avrei dovuto presentarmi al centro tra il mezzogiorno e le sei e mezzo di ogni venerdì e mi consegnò un foglietto di carta con l'indirizzo.
- Ora - proseguì - che mi dice del lavoro?
- Sto cercando - risposi.
- I responsabili dell'azienda che l'assumerà dovranno essere informati della sua situazione.
Quelle parole mi causarono un'ondata di nausea. Avevo contato sul fatto di essere in grado di nascondere il mio passato: avrei potuto essere diverso facendo sì che gli altri pensassero che fossi diverso. La gravità di quell'ordine mi stordì.
- E come faccio a trovare un lavoro decente?
- Sono le regole. Oggi lei inizia il suo regime di libertà condizionata. - Gettò un'occhiata al suo orologio da polso.
- Devo lasciarla. Nel pomeriggio mi devo presentare in tribunale. Quando avrà trovato un posto dove stare, lasci il suo indirizzo alla ragazza del centralino. - Allungò una mano verso la sua giacca e mi fece strada verso l'uscita. Camminando mi spiegò la ragione della sua visita al tribunale. Era andato a prendere un detenuto che non si era presentato all'esame. Mentre erano in viaggio verso il centro, il detenuto aveva inserito la mano in tasca e ne aveva estratto un palloncino con una dose da dieci dollari di eroina. Era una storia triste, commentò Rosenthal, perché l'uomo aveva già due precedenti incriminazioni per uso di stupefacenti e sarebbero passati quindici anni prima che avesse potuto presentare un'altra richiesta di libertà condizionata. L'uomo aveva quarantasei anni.
Non dissi nulla. Non provavo alcuna pena per chi aveva agito come un idiota di tali dimensioni. E neppure ce l'avevo con Rosenthal, che si era comportato esattamente nel modo in cui mi ero aspettato si comportasse. Era ancora più cieco di me. Nel suo sguardo potevo scorgere me stesso, ma era un'empatia non corrisposta. Se fossi riuscito a cavarmela, sarebbe stato suo malgrado.
Sul marciapiede mi sentii schiacciato dalla calura. Dovevo trovare una stanza da qualche parte e dormire. Le pillole stavano terminando il loro effetto, lasciandomi addosso una stanchezza doppiamente intensa. E il peso della libertà vigilata si stava trasformando in una sorta di albatro appollaiato sul collo. Avrei dovuto adattarmici o sarei tornato dritto in prigione. - Bastardo - mormorai - succhiacazzi di un bastardo fottimadre.

(Tratto da: "Come una bestia feroce", Edward Bunker; Mondadori, Milano)

sottofondo consigliato: "Coffee shop", RHCP, 1995



to be continued...

lunedì 23 agosto 2010

No Beast so Fierce (1 of 3)

La sezione degli annunci economici del Los Angeles Times ha pagine e pagine di richieste di lavoro. Una piccola frazione di esse poteva andare bene per me, e di questo drappello soltanto una mezza dozzina si trovava in centro, dove avrei potuto provare a rispondere prima ancora di presentarmi da Rosenthal.
Tentai con quattro richieste. Una era già stata soddisfatta. Un'altra era una grossa società che richiedeva che i dipendenti fossero vincolati: mi allontanai senza nemmeno compilare i moduli. Altre due società cercavano venditori: ma avevano bisogno di qualcuno dotato di automobile, e nessuna delle due sistemazioni offriva una garanzia di salario o un anticipo prima del maturare delle commissioni. Personalmente non avevo nè un'auto nè una cifra sufficiente a farmi andare avanti.
Vagando da ufficio a ufficio avevo percorso cinque chilometri a piedi. Dopo così tanti anni di calzature da prigione, i miei piedi non erano abituati alle scarpe basse. Su entrambi i talloni mi si erano formate vesciche delle dimensioni di mezzi dollari e gonfie di liquido. Quando raggiunsi l'ufficio di Rosenthal sul West Olympic Boulevard stavo ormai zoppicando di brutto. A contribuire al mio disagio, il caldo feroce stava iniziando a calare la sua cappa sulla valle di Los Angeles.
L'edificio che ospitava l'ufficio per la libertà condizionata era poco appariscente. Soltanto l'insegna dipinta sulla porta a vetri opachi (Dipartimento Correzionale, Divisione per i Servizi Civili) lo distingueva da una piccola struttura ospedaliera. La saletta d'aspetto, deserta, ofriva alcune panche spoglie e dure. Una centralinista mi annunciò e premette un pulsante.
La porta che dava sugli uffici ronzò mentre la serratura veniva aperta elettronicamente. Il suono mi fece rabbrividire. Oltre quella porta mi sarei tecnicamente ritrovato in stato d'arresto.
Rosenthal mi aspettava alla fine di un breve corridoio appena oltre la porta. era in piedi sulla soglia dell'ufficio, le gambe circonfuse da un alone di luce proveniente dalla finestra. Era senza giacca; le maniche corte della camicia rivelavano un tappeto di spessi peli neri lungo gli avanbracci. -Venga - m'invitò. - Temevo che non si sarebbe presentato. Ieri sera era un po' nervoso.
- Avessi saputo della chiusura elettronica delle vostre porte me la sarei filata. Mi fanno paura. Sembra di essere in una stazione di polizia.
- Ah, quelle... non è una mia idea. Si accomodi.
- Avrei bisogno dell'assegno di uscita.
Rosenthal frugò fra le carte sulla scrivania. - Eccolo - disse allungandomelo.
Lo esaminai tenendolo sollevato fra le dita. - Trenta dollari per otto anni. Non è una gran cifra.
- La società non glielo dovrebbe nemmeno.
- Non è molto, se si vuole iniziare una nuova vita.
- Provi a sentirsi meno martire e più penitente.
- Mi spiace, ma non sento niente se non un po' di amarezza...e sto cercando di reprimerla.
- Dunque, cos'ha fatto ieri sera?
Su quella domanda avevo una menzogna in agguato. - Ho visitato alcuni amici, ho visto una ragazza.
- E' andato da lei?
- No, in un albergo.
- Un po' costoso per un uomo nella sua posizione.
- Non l'albergo in cui sono stato.
Rosenthal piegò la sedia all'indietro e posò i piedi sulla scrivania. Si allacciò le dita grassocce dietro la nuca e prese a fissarmi con severa intensità. Masticava placido un pezzo di gomma americana. La tensione crebbe insieme al silenzio.
- Non sono affatto contento del suo atteggiamento - proclamò infine - e del modo in cui ha iniziato. Prima si rifiuta di andare alla casa di riabilitazione, poi se ne sta in giro tutta la notte. Non è un buon inizio, per niente. E' il suo atteggiamento, il suo punto di vista.
Arrossii, preparandomi a ribattere, ma ricacciai indietro le parole grosse. La sfida alle autorità era un giochetto che avevo praticato molto spesso, e conoscevo la sua iniquità. Se avessi protestato, Rosenthal avrebbe potuto cacciarmi in galera (a patto che non l'avessi steso e me la fossi data a gambe) con un semplice rapporto in cui avrebbe potuto scrivere ciò che voleva, e io mi sarei ritrovato a bordo di un pullman con le sbarre ai finestrini diretto in prigione. Non vi sarebbe stata alcuna udienza, alcuna possibilità di appello; non sarei neppure stato in grado di conoscere i contenuti del rapporto. E così mi controllai, dicendomi che forse un appello alla ragione avrebbe potuto sensibilizzarlo.
- Mi spiace che la pensi così - risposi. - Sto solo cercando di essere franco e sincero. Mi dica cosa avrei fatto di male.
- E' il suo atteggiamento. Gliel'ho già detto. Si sta comportando come se fosse libero, come se potesse fare quel cavolo che le pare. Non è libero. E' ancora in custodia legis, è sempre un detenuto a cui è stato concesso di passare parte della sua condanna in libertà vigilata. E a parte questo, lei ha una lunga sequela di sbagli alle sue spalle. Dovrebbe provare un minimo di rimorso per ciò che ha fatto.
- Otto anni per aver falsificato degli assegni dovrebbero bastare a pareggiare i conti. - Mi resi conto dell'irriverenza delle mie parole non appena le ebbi pronunciate. Il volto di Rosenthal si fece scuro. Era con ogni evidenza un moralista, e si sentiva offeso dal mio dossier. sapeva più cose di me di quanto a chiunque dovrebbe essere concesso di sapere sugli altri. Eppure le parole del dossier non mi descrivevano fino in fondo. Non vi era nulla, lì dentro, che dicesse che ero un essere umano.

(Tratto da: "Come una bestia feroce", Edward Bunker; Mondadori, Milano)

to be continued...


sottofondo consigliato: "Lay Down The Bottle", Jake La Botz.

sabato 21 agosto 2010

History repeating

«Causa la Grande Depressione degli anni 1873-1895, nel cuore della prospera Inghilterra ricompare una miseria che si credeva sparita, quella della Londra dei paria.
Le prime inchieste rivelano tutte la miseria operaia, quella che fu definita pauperismo. Gli operai erano mal nutriti, andavano vestiti di stracci, abitavano in condizioni terribili, i loro quartieri erano focolai malsani di epidemie.
Ciò che colpì fu innanzitutto la durezza e la relativa frequenza delle crisi industriali, che lasciavano senza lavoro e senza risorse, in una stessa città o regione, decine, forse centinaia di migliaia di persone. A Roubaix, nel 1846-1847, il 60 per cento degli operai tessili era disoccupato, e a Rouen lo erano i tre quarti. I grandi stabilimenti di Berlino occupavano, nel 1875, 70.000 operai, tre anni più tardi soltanto 29.000. Il minimo rallentamento dell'attività industriale si abbatteva subito sui lavoratori. Se lavoravano a domicilio per un produttore, questi non era in alcun modo tenuto a fornire loro le materie prime o il lavoro. Coloro che erano salariati potevano essere assunti e licenziati in un'ora: erano ancora rare le imprese sufficientemente moderne da aver bisogno di specialisti che valesse la pena di mantenere qualunque fosse la congiuntura, ai quali garantire una certa sicurezza d'impiego e un pagamento mensile. In queste condizioni, l'operaio viveva alla giornata: la sua situazione fu tremenda nel corso delle crisi della prima metà del secolo e, dal momento che le difficoltà dell'industria erano largamente connesse a quelle dell'agricoltura, esse coincidevano con i periodi di rincaro del prezzo del grano. Tuttavia, se successivamente, al tempo della Grande depressione (1873-1896), il calo dei redditi venne in qualche misura attenuato dal contenimento dei prezzi, specialmente in prodotti agricoli, cominciò ad apparire in Germania e in Gran Bretagna, più che nella Francia maltusiana, una persistente disoccupazione fino ad allora sconosciuta, dissimulata dal sottoimpiego nelle campagne e dall'emigrazione oltre Atlantico.
A ogni modo, i primi osservatori furono unanimi: anche in periodo di piena occupazione, e a prestare fede alle cifre fornite dai padroni e non alle testimonianze dei lavoratori, i salari erano appena sufficienti ai bisogni di un giovane operaio celibe: erano, come noto, troppo scersi per una giovane operaia nubile pressoché condannata alla prostituzione occasionale - essendo la retribuzione delle donne la metà di quelli degli uomini - o per i lavoratori e le lavoratrici in età avanzata, costretti a ricorrere alla pubblica carità. Non erano sufficienti al sostentamento di una famiglia nel caso vi fossero dei bambini. Allora, in tempi normali, la maggior parte delle risorse disponibili - sempre più della metà, più spesso i tre quarti - era destinata all'alimentazione: al pane, soprattutto, chiaramente nero o integrale, ai frutti e alla fecola, ai legumi e ad altri cibi, ma raramente alla carne o al pesce. Un'alimentazione monotona, a base di prodotti di cattiva qualità, quando non volutamente alterati da venditori o commercianti poco scrupolosi. Per una ragione o per l'altra, i tempi erano duri, la fame si faceva sentire, e per sopravvivere si doveva ricorrere agli scarti dei ristoranti e delle mense, delle quali, nella Francia di fine secolo, ancora si faceva commercio. ».
(a cura di U.Frevert e H.G.Haupt: L'uomo dell'Ottocento. Cap. I "L'operaio" di V.Robert, pgg.6-7-8. Laterza, Roma-Bari 2000)

sottofondo consigliato: Kraftwerk, Das Model, 1980

venerdì 20 agosto 2010

"Hell is around the corner".

«Voi credete in un edificio di cristallo, eternamente indistruttibile, cioè di un genere al quale non si potrà fare né una linguaccia di nascosto, né un gestaccio nella tasca. Bé, ma forse io temo questo edificio proprio per il fatto che è di cristallo ed eternamente indistruttibile e non gli si potrà nemmeno fare una linguaccia di nascosto.
Perchè vedete: se al posto del palazzo ci sarà un pollaio e pioverà, forse potrò infilarmici, nel pollaio, per non inzupparmi, ma comunque non lo scambierò per un palazzo per riconoscenza, perchè mi ha riparato dalla pioggia. Voi ridete, dite anche che in questo caso un pollaio o un palazzo sono la stessa cosa. Sì - rispondo io - se si dovesse vivere solo per non inzupparsi.
Ma che fare se mi sono messo in testa che si vive non solo per questo e che, se si deve vivere, allora è meglio vivere in un palazzo?
Questa è la mia volontà, questo il mio desiderio. Voi me lo raschierete di dosso solo quando cambierete i miei desideri. Bè, cambiateli, lusingatemi con altro, datemi un altro ideale. Ma per ora non prenderò un pollaio per un palazzo. Ammettiamo pure che il palazzo di cristallo sia una panzana, che per le leggi della natura nemmeno si pone, e che l'abbia inventato io, solo in conseguenza della mia propria stupidità, in conseguenza di alcune antiche e irrazionali abitudini della nostra generazione. Ma che m'importa se nemmeno si pone. Non è forse lo stesso, se esiste nei miei desideri o, per meglio dire, esiste finché esistono i miei desideri? Forse ridete di nuovo? Ridete pure; io accetterò ogni derisione e comunque non dirò che sono sazio, se ho fame; so comunque che non mi fermerò su un compromesso, su un infinito zero periodico, solo perché esiste per le leggi della natura ed esiste effettivamente. Non prenderò per il coronamento dei miei desideri una casa solida, con appartamenti per inquilini poveri a contratto per mille anni e per ogni evenienza con il dentista Wagenheim sull'insegna. Annientate i miei desideri, cancellate i miei ideali, mostratemi qualcosa di meglio, e io vi verrò dietro. Voi magari direte che non vale neanche la pena di stabilire contatti; ma in tal caso io vi posso anche rispondere la stessa cosa. Consideriamo la cosa seriamente; se non volete degnarmi della vostra attenzione, allora non mi metterò a supplicarvi. Ho il sottosuolo.
Ma finché vivo e desidero, che mi si secchi la mano, se porterò anche un solo mattoncino per una tale solida casa! Non badate al fatto che poco fa io stesso ho respinto l'edificio di cristallo, unicamente per il motivo che non gli si potrà fare una linguaccia. Non l'ho affatto detto perchè ami tanto tirare fuori la lingua. Forse mi sono arrabbiato solo contro il fatto che un edificio tale, al quale non sarebbe possibile fare una linguaccia, tra tutti i vostri edifici ancora non si trova. Al contrario, me la farei tagliare la lingua, per pura gratitudine, ci si sistemasse in modo tale che non mi venisse mai più la voglia di tirarla fuori. Che m'importa se non ci si può sistemare così, e ci si deve accontentare di appartamenti?
Perchè sono stato creato con desideri del genere? Possibile che sia stato creato così solo per arrivare alla conclusione che tutta la mia creazione è solo un imbroglio? Possibile sia tutto qui lo scopo? Non ci credo.
E del resto, sapete una cosa: sono convinto che noialtri del sottosuolo bisogna tenerci a freno. Seppure siamo capaci di starcene in silenzio nel sottosuolo per quarant'anni, se poi usciamo alla luce e scoppiamo, allora giù a parlare, parlare, parlare...».

(Fëdor Michajlovic Dostoevskij: "Memorie dal sottosuolo", par. "X", pagg. 46-47. Newton & Compton, Roma 1998)

Sottofondo consigliato: Tricky, "Hell is around the corner", 2002

martedì 17 agosto 2010

The hope of revolution (part 2 of 2)

«Lucifero dette il segnale della battaglia e vi si gettò per primo. Ci avventammo contro il nemico convinti di distruggerlo immediatamente e conquistare al primo assalto la sacra fortezza. I soldati del Dio geloso, meno focosi ma altrettanto fermi dei nostri, si rivelarono instancabili. L'arcangelo Michele li dirigeva con la calma e la decisione proprie di un cuore generoso. Tre volte tentammo di forzare i loro schieramenti che per tre volte opposero ai nostri petti corazzati le punte fiammeggianti delle loro lance pronte a trafiggere le corazze più resistenti. I corpi gloriosi cadevano a migliaia. Finalmente la nostra ala destra sfondò l'ala sinistra del nemico e si videro le terga dei Principati, Potenze, Virtù, Troni e Dominazioni che fuggivano flagellandosi con i calcagni, mentre gli angeli del terzo coro svolazzando smarriti sulle loro teste li ricoprivano d'una pioggia di piume e di sangue. Li incalzammo fra i rottami e le armi ammucchiate affrettando la loro agile fuga...Un uragano di grida ci sorprende ad un tratto.
Si gonfia e si accosta, carico di un vocìo disperato e di trionfali clamori: l'ala destra del nemico, gli arcangeli giganti dell'Altissimo, piombati contro il nostro fianco sinistro, l'hanno spezzato. Dobbiamo abbandonare i fuggiaschi e correre in aiuto alle truppe sbandate. Il nostro principe vi si dirige al volo e ridà fiato alla battaglia. Ma l'ala sinistra del nemico, di cui non avevamo completato la rotta, non più oppressa da frecce e lance riprende coraggio, si volta e nuovamente ci fronteggia.
La notte sospese l'incerta battaglia. Mentre il campo riposava, col favore dell'ombra, nell'aria tranquilla attraversata a tratti dai lamenti dei feriti, Lucifero apprestava la seconda giornata. Prima dell'alba, le trombe suonarono la sveglia. I nostri guerrieri sorpresero il nemico durante l'ora della preghiera e lo dispersero facendone prolungato scempio. Quando non vi furono più che fuggiaschi o caduti, l'arcangelo Michele, da solo con qualche compagno dalle quattro ali fiammeggianti, resisteva ancora all'assalto d'un esercito illimitato. Arretravano seguitando ad opporci i loro petti e Michele continuava ad esibire un volto impassibile. Il sole raggiungeva un terzo del suo percorso, quando prendemmo a scalare la montagna del Signore. La salita era dura, le fronti grondavano sudore e una luce infuocata ci accecava. Carichi di ferro com'eravamo, le nostre piume non bastavano a sollevarci, ma la speranza ci reggeva sulle sue ali. Il bel Serafino, la mano irradiante sempre più alta, ci indicava la via. Scalammo per l'intera giornata il monte altero che la sera ammantò d'azzurro, di rosa e opale. L'esercito di stelle apparse sul firmamento pareva il riflesso delle nostre armi. Un silenzio infinito si stendeva sopra di noi. Salivamo ebbri di speranza.
All'improvviso sprizzano lampi nel cielo oscurato. Si ode il rombare del tuono e dalla vetta del monte avvolta nelle nubi ricade il fuoco dei cieli. Caschi e corazze grondano fiamme e gli scudi si spezzano sotto le frecce scagliate da mani invisibili. Lucifero serbava intatta la sua fierezza nell'uragano di fuoco. La folgore lo colpiva più volte ma sempre invano. Eretto, continuava a sfidare il nemico, finchè la folgore scuotendo la montagna ci precipitò in basso alla rinfusa insieme a enormi blocchi di zaffiro e rubino, e rotolammo svenuti e inerti per uno spazio di tempo che nessuno poté misurare.
Mi svegliai nelle tenebre fra i lamenti. Quando i miei occhi si furono abituati all'ombra fitta, mi scorsi intorno i compagni d'arme giacenti a migliaia sul terreno sulfureo su cui scorrevano lividi riflessi. Non scorgevo che crateri fumanti, solfatare, paludi appestate. Montagne di ghiaccio e mari di tenebra racchiudevano l'orizzonte. Un cielo di bronzo ci pesava sulla fronte. L'orrore del luogo era tale che piangemmo accovacciati, i gomiti sulle ginocchia e i pugni stretti contro il viso. Ad un tratto, alzando gli occhi, scorsi il Serafino, ritto dinanzi a me come una torre. Sul suo splendore primitivo il dolore gettava quasi un cupo e splendido ornamento.
"Compagni" disse "dobbiamo rallegrarci perchè siamo liberi dalla servitù celeste e negli inferi la libertà vale di più che la schiavitù nei cieli. Non siamo vinti perchè ci resta la volontà di vincere. Per opera nostra ha vacillato il trono del Dio geloso, per opera nostra esso crollerà. Alzatevi compagni e in alto i cuori!".
Al suo comando, sovrapponemmo dunque montagne a montagne, drizzammo sulle vette grandi macchine per scagliare rocce infiammate contro la divina dimora. L'esercito celeste fu preso di sorpresa e dalla sua sede gloriosa partirono gemiti e grida di terrore. Pensavamo già di rientrare vincitori nella nostra patria suprema, ma la montagna del Signore si coronò di saette e la folgore cadendo sulla nostra fortezza la ridusse in polvere.
Dopo quest'ultimo disastro, il Serafino ristette per un poco pensoso, la testa fra le mani. Sollevò poi il volto annerito.
Era divenuto Satana, più grande di Lucifero. Gli angeli fedeli gli si stringevano intorno.
"Amici" disse "non abbiamo ancora vinto, perchè indegni e incapaci di vincere. Rendiamoci conto di quanto ci è mancato. Non si governa la natura, non si acquista la padronanza dell'Universo, non si diventa Dio che attraverso la conoscenza. Dobbiamo scoprire la folgore e a questo ci dobbiamo dedicare senza sosta. Non sarà ora il cieco coraggio (nessuno nel corso di questa giornata ha dimostrato più coraggio di voi) a consegnarci le frecce divine, ma lo studio e la riflessione. Meditiamo dunque in questo luogo tetro nel quale siamo piombati, cercando i motovi segreti delle cose. Osserviamo la natura con inesausto ardore e desiderio di conquista, sforziamoci di penetrarne la grandezza e la piccolezza infinite. Tentiamo di scoprire quando essa è sterile e quando è feconda, com'essa produca il caldo e il freddo, la gioia e il dolore, la vita e la morte, come raccolga e divida i suoi elementi e come produca l'aria trasparente che respiriamo, le rocce di zaffiro e diamante da cui precipitiamo, il fuoco divino che ci ha tinti di nero e il pensiero orgoglioso che agita i nostri spiriti. Lacerati da vaste ferite, bruciati da fiamme di ghiaccio, rendiamo grazie al destino che si è curato di aprirci gli occhi, e rallegriamoci della nostra sorte. Facendo una lunga esperienza della natura, attraverso il dolore, siamo incitati a conoscerla e a domarla.
Quand'essa ci obbedirà saremo diventati Dei. Ma se dovesse celare per sempre i suoi misteri, rifiutarci le armi e conservare il segreto della folgore, dovremo ancora rallegrarci per aver conosciuto il dolore, poichè esso ci rivela sentimenti nuovi, più dolci e preziosi di quelli che si provano nella beatitudine eterna, e c'ispira l'amore e la pietà, sconosciuti ai cieli".
Queste parole del Serafino ci mutarono i cuori aprendoci a nuove speranze. Un desiderio immenso di conoscere ed amare ci colmava il petto.
Frattanto nasceva la terra.»
(Anatole France: La rivolta degli angeli, 1914. Cap. XVIII, pagg. da 103 a 109. Armando Curcio, Milano 1978)

sottofondo consigliato: Franco Battiato, Shock in my town (1998)