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domenica 29 agosto 2010

Il declino di una città: da Torino a Chiamparinopoli.

Non so cosa pensa chi arriva da fuori, chi fa il turista. Io che ci vivo penso che sia molto bella, tutto l'anno e a qualsiasi ora del giorno o della notte.
Certo che vive per mezzo dei suoi abitanti, ma personalmente la preferisco quando è quasi deserta, quando si cammina per interi quadrilateri e non si incontra nessuno. Perché, secondo me, si esalta nella sua bellezza. Perché possiede una linfa storica e culturale che le permette di vivere di rendita.
I marciapiedi senza bordo di molte vie del centro che riportano a un tempo in cui le automobili erano una rarità concessa solo ai ricchi; le targhe coi nomi delle strade che illustrano il numero dell'isolato e il quartiere d'appartenenza; i balconi in pietra dei cosiddetti "piani nobili"; le finestre degli abbaini; i cortili con le fontane e, ancora in molti casi, le stalle riadattate a box per auto; i "toret", tipiche fontanelle di strada, ornate con testa di toro e dipinte di verde; i corsi abbondanti di platani e castagni; le tantissime piazze che, alcune grandi e altre piccole, raccontano le vicende dei dintorni e la storia della città; le persiane di legno verdi o grigie che arredano elegantemente le facciate.
Ogni angolo possiede una propria particolarità e, a dispetto della sua ritmica squadrata, difficilmente si ha l'impressione di trovarsi due volte nello stesso posto.
E poi i palazzi che, partendo dal centro, definiscono nettamente la direzione storica di crescita del nucleo urbano: barocco, tardo barocco, liberty, littorio, moderno, postmoderno.
Chi arriva in treno e scende a Porta Nuova, la stazione principale, si guarda intorno e subito si rende conto dell'unicità del paesaggio. La facciata della stazione è in stile Liberty e altrettanto il giardino della piazza che le sta di fronte, poi a destra e a sinistra un viale, corso Vittorio Emanuele II, che si allunga a perdita d'occhio interrotto da un lato, verso nord, dall'imponente statua dedicata al re e dall'altro, verso sud, dal ponte sul po dedicato al re Umberto I, e ancora chilometri e chilometri di portici che quasi nascondono alla vista i portoni dei palazzi a sottolineare la riservatezza che i cittadini ricercano e, in molti casi, ostentano.
E poi ancora, piazza Statuto con la statua dedicata ai caduti durante la costruzione del traforo del Frejus e i palazzi, tutti uguali per dimensioni e colori, un tempo riservati alle sedi diplomatiche molto numerose durante il periodo in cui fu capitale d'Italia. Il quartiere "Cit Turin" dove trionfa lo stile Liberty. La zona degli artisti con la piccola e meravigliosa piazza dedicata a Maria Teresa, principessa di Savoia, e le botteghe dei collezionisti e le gallerie d'arte. La strada principale, via Roma, che con i suoi palazzoni in stile Littorio sembra avvolgere la assolutamente metafisica piazza San Carlo, detta anche il "salotto di Torino", dove un trionfo di Barocco sembra aver fermato l'orologio del tempo all'epoca del Regno di Piemonte. E ancora, il San Paolo uno dei quartieri popolari più antichi che conserva i vecchi stabilimenti Lancia incastrati tra i palazzi abitati dagli operai.
Potrei continuare a descrivere tutti gli scorci che mi affascinano, ma mi fermo per non annoiare chi legge.
Quando sento il bisogno di respirare e assaporare quello che definisco il "vero spirito" di questa città, passeggio per le vie laterali quelle che solo i torinesi frequentano oppure faccio un giro in macchina per la penultima periferia dove il carattere popolare sembra essere rimasto intatto con le sue piole con le sedie impagliate occupate da anziani che giocano a carte o le massaie coi fianchi larghi e le sporte traboccanti di frutta e verdura appena acquistate in uno dei numerosi mercati.
Se poi il grigiore tipico del tardo autunno e una sottile ma tagliente pioggerella copre il tutto, il mio cuore esplode dall'emozione. Perché in queste condizioni si esalta a livelli eccezionali la bellezza e la natura riflessiva della città.
Tutto ciò è quel che amo di Torino, ed è quello che mi ha impedito di trasferirmi altrove, nonostante non mi siano mancate le occasioni.
Ma io voglio continuare a viverci e voglio morire qui.
Esiste però anche una parte fastidiosa, ed è la piega di ultra-progresso che negli ultimi venti anni le è stata imposta dalle amministrazioni che si sono alternate alla sua gestione.
E' importante chiarire che il sottoscritto non è assolutamente contrario al progresso, ma è altresì contrario allo scempio dettato da pelosi interessi economici e spacciato per progresso.
Non sono affatto esperto di urbanistica, ma non credo che sia necessario esserlo per rendersi conto che le recenti costruzioni siano un'offesa al buon gusto. Tanto da chiedersi se qui esista o meno un piano regolatore e uno specifico assessore istruito al suo rispetto.
Può sembrare paradossale affermarlo, ma si rimpiangono i palazzi costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta per ospitare i lavoratori emigrati dal Meridione e dal Nord-Est in zone come Mirafiori, Le Vallette o Falchera che, nonostante la loro esagerata uniformità a tratti triste, forse, rendono comunque un'idea e una fotografia di quartieri vivi. Mentre i nuovi insediamenti abitativi che stanno sorgendo al posto dei vecchissimi stabilimenti abbandonati, sono sciatti, inodori, incolori, malgrado siano abbigliati con tinte sgargianti. Facciate di sole finestre, chiese ripiene di guglie improponibili e adorne d'acciaio. Il tutto costruito intorno ad enormi e impersonali capannoni adibiti a centri commerciali dove le insegne delle griffe squarciano la quiete del paesaggio.
Infine lo spreco.
Un nuovo genere di spreco, però, lo spreco a rendere.
Torino, tra alti e bassi, ha una popolazione che oscilla tra i novecentomila e il milione e mezzo di abitanti. E nonostante ciò può tranquillamente competere con le metropoli europee per quanto concerne le strutture sportive o pseudo tali.
Escludendo, ovviamente, le numerose piscine e le palestre di cui ogni quartiere è fornito, si possono contare: un velodromo, mèta di appassionati per la sua facciata e per il monumento dedicato a Fausto Coppi che gli sta di fronte ma che versa in condizioni di semiabbandono; due stadi per il calcio più uno in costruzione (il Comunale o Olimpico, il "Primo Nebiolo" e l'ex "Delle Alpi") e qui è necessario aprire una breve parentesi per illustrare la storia degli stadi a Torino dal Mondiale '90 ad oggi: all'epoca lo stadio Comunale aveva una capienza di circa settantacinquemila spettatori (in piedi), che ben stretti aumentavano a settantottomila circa, e anziché ristrutturarlo modernizzandolo e rendendolo idoneo alle nuove norme sulla sicurezza, si decise di costruirne uno in periferia per, si disse allora, "evitare le interminabili code e ottenere una defluenza più rapida", ma si scoprì in seguito che i motivi erano altri ossia l'ottenimento di fondi supplementari da Stato, Coni e Fifa, la storia del Delle Alpi dura sedici anni fatti di fastidi per i frequentatori della struttura dovuti alle raffiche di vento e alla scarsa visibilità, insomma uno stadio che non è mai piaciuto a nessuno. L'occasione per rivalersi arriva con le Olimpiadi invernali del 2006, quando si decide di ristrutturare il vecchio impianto Comunale, casa delle due principali squadre di calcio per oltre cinquant'anni, e, inspiegabilmente, invece di allargare le tribune e stabilire una capienza sui quaranta-cinquantamila si decide di stringere e rimpicciolire il tutto fino ad ottenere una capienza massima di ventitremila persone e con una a dir poco orribile visibilità del campo da ogni punto, complice soprattutto la presenza di barriere in plexiglass, per non parlare delle difficoltà inerenti il traffico automobilistico intorno alla struttura e quelle suscitate dai commercianti ambulanti del vicinissimo mercato di corso Sebastopoli, sale così il livello di avversione da parte degli stessi frequentatori. La Juventus, ovviamente mossa dai propri interessi commerciali, minaccia l'amministrazione di emigrare in un altra città e in risposta, la stessa amministrazione, cosa fa? Concede al Torino l'usufrutto gratuito dell'impianto per novantanove anni, mantenendo la proprietà e quindi senza la possibilità di apporre modifiche alla capienza e vende alla Juventus per una cifra ridicola l'impianto della Continassa (il Delle Alpi) così che possa ristrutturarselo a piacere.
Continuiamo con l'elenco delle strutture sportive.
La piscina Comunale, ex impianto dotato di vasca olimpica; due palazzetti del ghiaccio, completamente inutilizzati; e quattro palazzetti dello sport: il Palasport del parco Ruffini, un tempo casa della locale squadra di basket; il PalaVela; il PalaOval e il PalaIsozaki.
E, tuttavia, per esempio, uno dei festival estivi di musica per cui giungono in città giovani da tutta Europa, il Traffic Free Festival, si svolge a Venaria Reale, comune dell'hinterland.
Indubbiamente, per questioni economiche, si è dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Aldilà infatti di quella attuale, Torino vive una crisi da almeno quindici anni con fabbriche che chiudono e società che traslocano, a Milano per esempio. E' perciò chiaro che si è dovuta reinventare. Ma questa operazione di rinnovamento, è stata guidata da una piega verso il basso.
Se la vecchia Torino operaia degli anni Sessanta-Settanta, pur mantenendo questa impostazione, era riuscita ad evolversi crescendo culturalmente fino a diventare un centro di nteresse turistico, ora il rischio reale è di trasformarsi in città-dormitorio.
Per carità, non dimentichiamo che su Torino incombe la vicinanza di Milano, come accennato, e non si tratta qui di fomentare campanilismi a volte sciocchi. Ma, a chi piace essere satellite?
Concludendo, ritengo che questa città abbia potenzialità poco coltivate e poco sviluppate e il sindaco, anziché pensare esclusivamente alla propria ambizione di amministratore a livello nazionale travestendo la città a sua immagine e somiglianza (tanto che in molti oramai la chiamiamo Chiamparinopoli.....), dovrebbe esaltarle invece che svenderle al peggior offerente.
Ripeto, non voglio fare il campanilista a tutti i costi ma non dimentichiamo che qui sono state battezzate molte eccellenze nazionali: la radio, la televisione, il cinema, le aziende del telefono, dell'energia elettrica, dell'automobile solo per citarne alcune. Senza contare poi che è da sempre una fucina di pensatori, scrittori, musicisti, ingegneri, informatici e chi più ne ha ne metta.

sabato 14 agosto 2010

Superman, the return.


«Cronista, capocronista, inviato, caporedattore, vicedirettore: al Corriere Di Bella percorre tutti i gradini della professione. L'ultimo, la direzione, lo sale nel marzo '77 a Bologna, al Resto del Carlino di Attilio Monti, il "cavaliere nero"(per il petrolio e le simpatie politiche), e Giuseppe De Andrè, il padre del cantautore Fabrizio. Il tempo di appendere il soprabito, conoscere la redazione, prendere contatti con il sindaco Zangheri e i vari notabili, ed ecco gli scontri in cui muore Francesco Lorusso, i blindati nelle strade mandati dal ministro degli Interni Cossiga, le cariche della celere, gli indiani metropolitani, Bifo e Radio Alice, la torrida estate che porta al convegno sulla repressione di Guattari & C. in settembre. E' proprio in quei giorni, ricorda Di Bella nelle sue memorie, riprendono le trattative per il cambio della direzione in via Solferino. Il suo nome compare in tutte le ipotesi dei Rizzoli (patron Andrea e i figli Angelo jr. e Alberto), variamente abbinato a quelli di Ronchey, Sensini, Afeltra e Bettiza per la condirezione. Ma Di Bella tentenna, l'idea di tornare negli uffici di via Solferino in cui spadroneggia il comitato di redazione guidato dal durissimo Raffaele Fiengo non lo attira. A convincerlo, e c'è da credergli visto il fascino da incantatore di serpenti che l'uomo sprigiona già allora, è nientemeno che Silvio Berlusconi. Che all'amico e di lì a poco compagno di loggia P2 fa più o meno questo discorso: guarda, da azionista del Giornale mi farebbe più comodo che tu rifiutassi, perchè un Corriere spostato a sinistra lascerebbe ancora più spazio a Montanelli, ma se il Corriere fosse riportato su una linea meno radicale, beh, questo mi preme più dei miei personali interessi.
Detto, fatto. E Di Bella si decide al grande passo. Il primo giornale che firma è quello del 31 ottobre '77, dopo un voto di gradimento in cui la redazione si spacca: 95 a favore, 63 astenuti, 20 contro. Con la conquista del "soglio" che fu di Albertini, l'amicizia tra i due si rafforza, con Di Bella stregato dalla «profonda cultura» del futuro fratello massone Silvio («un suo splendido prologo all'Utopia di Tommaso Moro dell'editore Neri Pozza fu per me una rivelazione»). E così del Corriere Berlusconi diventa addirittura editorialista. Debutta nei giorni del sequestro Moro, con un dotto fondo economico intitolato "Un piano per l'industria che darà pochi frutti", piazzato in apertura di seconda pagina: non nella consueta forma della "tribuna aperta" utilizzata dal Corriere quando ospita interventi esterni, ma con i caratteri tipografici riservati agli editoriali particolarmente autorevoli. Ma altri articoli di Berlusconi escono nei mesi seguenti: "Pregiudizi e leggi inadatte frenano ancora l'edilizia" (25 giugno), "L'autarchia è un boomerang" (5 luglio), "Chi guida la politica creditizia?" (4 agosto). Nei mesi successivi il Cavaliere gode di un crescendo di considerazione, fino all'apoteosi del 14 settembre 1980, quando un altro fratello massone, Roberto Gervaso, lo intervista in terza pagina, un sublime faccia a faccia intitolato "Cosa farei se fossi senza casa... A colloquio con l'imprenditore Silvio Berlusconi". Sempre quell'anno, già in marzo, la Domenica del Corriere pensa bene di aprire proprio con un ritratto del futuro tycoon una serie di articoli dedicati ai numeri uno dell'Italia del nuovo decennio. E a fine 1980 arriveranno i giorni caldi del Mundialito, il torneo di calcio tra le nazionali vincitrici della Coppa del Mondo, organizzato dalla Fifa nell'Uruguay dei generali amici di Licio Gelli: quando Canale 5 a sorpresa ne acquisterà i diritti televisivi, Di Bella schiererà il suo giornale senza tentennamenti dalla parte dell'eversore del monopolio Rai.
L'amicizia, come l'amore, cresce se temprata dalle avversità comuni. Sentite questa dell'aprile dell'80, sempre dal libro di Di Bella:
Il mio amico Silvio Berlusconi con la sua mania di risparmiare sui minuti secondi ha voluto che salissi a Bologna non sulla mia auto ma sul suo jet. Sopra Linate al jet non è uscito bene il carrello, la ruota sinistra non scattava nella posizione giusta e rischiava di piegarsi all'atterraggio. Per tre ore abbiamo cercato invano un aeroporto che ci assicurasse trecento metri di schiumogeni per atterrare con qualche probabilità di non incendiarci. Ci hanno respinto Fiumicino, Ciampino, Linate e Malpensa. In centoventi minuti ho fatto in tempo a ricapitolare tutte le vicende della mia vita e a compiere qualche esame di coscienza. Berlusconi si è trasformato in hostess, assistente sociale, confessore e curatore d'anime. Inzuppa d'acqua i plaid di bordo per avvolgerli attorno al corpo al momento dell'impatto: rassicura passeggeri ed equipaggio, si rammarica solo che gli sta saltando tutto il programma serale di appuntamenti per Canale 5. Implacabile e sicuro com'è, se avesse gli occhi azzurri, sembrerebbe Gei Ar. Quando stiamo per far rotta su Ginevra, l'aeroporto militare di Cameri, impietosito da questi pellegrinaggi del cielo, derelitti e abbandonati da tutti, ci offre una pista con gli schiumogeni e ci consente di atterrare. Va tutto bene e il comandante Pagani ci porta bravamente in salvo: davanti alla scaletta troviamo pompieri in tuta di amianto, ufficiali efficientissimi e il cappellano militare con la stola officiante, già pronto per l'estrema unzione. Invidio Berlusconi per la sua glaciale imperturbabilità, anche se era piuttosto consistente il rischio di andare arrosto.
[...] ».
(Paolo Morando: "Dancing Days. 1978-1979, i due anni che hanno cambiato l'Italia", pgg. da 8 a 10. Laterza, Roma-Bari 2009)

sottofondo consigliato: Royal Scottish National Orchestra, Superman Themes



mercoledì 4 agosto 2010

"Proibito, ma possibile"

Fonte: La Stampa

Continua la campagna "Disemo le cassate ché tanto i boccaloni se magneno tuto!" di GeneracionY il blogghe della donna a forma di spazzolino da water, Yoani Sanchèz.
Questa volta il post tocca argomenti veramente duri, quelle problematiche che affliggono solitamente i professionisti del Girapollici: la norma antitabacco che vige dal 2005.
Allora, dato che il tema trattato mi suscitava un interesse sproporzionato ma, ignorante come sono, non riuscivo a comprenderlo, ho deciso di dare un'occhiata ai commenti.
E qui ho scoperto che si discute per ore di argomenti ben più interessanti, state a vedere:
"brava yoani meno male che ci sei tu che ci illumini da cuba.
scritto da Pecore ";
"Spiegatemi cosa c'entrano Agnelli e la Fiat con i problemi di Cuba. Commenti a tono, per favore, o sono costretto a cancellare. scritto da Lupi";
"ma di quale reddito parli, pappagallo di mm, che a momenti a Cuba non hanno più nemmeno gli occhi per piangere, a Cuba funzionano bene le squadracce che picchiano ed intimidiscono quelli che criticano il regime, donne comprese, queste cose da noi ci sono già state e si chiamavano " camice nere del fascismo e della rivoluzione" (fascista!) A marià, te sei ridotto come la naftalina, a conservazione de li stracci vecchi. Pussa via, rientra nel cassonetto, o vuoi che te rimannamo a carci'colo? scritto da anonimo";
"Non sapevo che la libertà di questo blog è limitata.La famiglia non si tocca. Ma io non sono un servo. Non posso scrivere comparando l'Italia. Meglio che me ne sia zitto.Non voglio fare come quelli che dicono parolacce e pòi si nascondono. Se non mi è permesso di parlare,in questo Blog,cercherò altri blog più liberi! Pòi diter che a Cuba non esiste la libertà! HaHaHa! scritto da mariani maurizio";
"Abbiamo capito,Mariani è stato epurato,perche ha parlato della famiglia imperiale.Ma non erano i Castro i dittatori? scritto da anonimo ";
"All'anima della democrazia. scritto da bo!";
"Mariani è stato censurato dal democratico e civilissimo Lupi. Ma non erano i Castro che facevano i censori? Cuba deve far parlare la Sanchez e l'Italia? Fate parlare Mariani. Questa è solo ipocrisia!
scritto da un discepolo del Mariani".

Mi fermo qui per pudore.....
Ah, infine, annota l'eroina (leggi diacetilmorfina o alcaloide morfina...) di essere preoccupata per Juan Juan Almeida che si sta recando a pretendere il suo permesso di uscita.
Ovviamente di Gerardo Hernandez, incarcerato ingiustamente da 11 anni negli Usa, nemmeno una parola.

mercoledì 28 luglio 2010

Nessuna pietà per i nemici del popolo!



Nel blog collettivo a cui partecipo, ho inserito una citazione di Lenin che considero un autentico manifesto della capacità di utilizzare la dialettica.
Essa recita:
"Non siamo pacifisti.
Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo".
Parto da qui perchè sono gravemente infastidito da un certo perbenismo che negli ultimi tempi ha inquinato il pensiero di una consistente fazione nell'ambito comunista rivoluzionario.
L'avviso di Lenin è perentorio. Dichiararsi "non pacifisti", non significa chiudere gli occhi e disinteressarsi o partecipare alle guerre imperialiste, ma significa lanciare alle borghesie mondiali un messaggio inequivocabile, quello cioè di non essere disposti a sottomettersi alle sue vessazioni nei confronti del proletariato.
Essere comunisti e rivoluzionari non significa essere velleitari e lanciarsi a mani nude contro i cannoni, ma significa considerare e valutare i rapporti di forza tra le squadre in campo.
Sempre e comunque. Perché non tenere in considerazione questo punto determina, nella stragrande maggioranza dei casi, la condanna a morte di centinaia di migliaia di proletari.
Proprio in base al contrario di questo principio, l'instancabile e solerte movimento controrivoluzionario, prima, e una determianta corrente cultural-ideologica, oggi, che, lavorando al servizio di una egemonica visione che pretende l'accettazione acritica della società capitalista, vorrebbero mettere sullo stesso piano Hitler e Stalin, considerati raffigurazioni sotto forma umana del Male assoluto, e quindi fascismo e comunismo.
La differenza, per noi sostanziale, è che gli obiettivi del primo erano e sono i medesimi obiettivi della borghesia mondiale e la sua persecuzione da parte di altri Stati borghesi non erano mossi da chissà quale morale se non l'unica riconosciuta come suprema all'interno dell'impianto capitalistico, quella della sottomissione.
Di contro, per quanto mi riguarda, gli obiettivi del secondo erano e sono i medesimo che muovono i comunisti rivoluzionari.
E la parentesi si chiude qui.
Ai perbenisti e ai rivoluzionari da operetta voglio dire che il giudizio morale della società borghese non interessa ai comunisti rivoluzionari. Ai comunisti rivoluzionari l'unica cosa che interessa è l'emancipazione del proletariato dal giogo capitalista. Ai comunisti rivoluzionari interessa la soppressione delle classi sociali.
E scandalizzarsi davanti a determinati comportamenti significa già essere parte di una società corrotta in cui non ci si scandalizza se milioni di esseri umani patiscono la fame e la sete o che milioni di altri per mangiare siano costretti alla schiavitù.

martedì 27 luglio 2010

Car-e/i/u/w/f/x/y compagn-e/i/u/w/f/x/y, "lonzianamente" sputiamo sull'uguaglianza!



Sottotitolo: cachiamo su Marxe!



Leggendo la bozza per il Documento Congressuale della Federazione della Sinistra siamo giunti alle seguenti conclusioni: è giusto preservare e lottare per la differenza!
Viva la differenza!
Basta con il patriarcato!
Viva la differenza di genere!
Inoltre, non esiste solo l'eteroessualità: pensiamo ai LGBQT!
Secondo una sessuologa ingese, i sessi sarebbero milioni!
E perchè non miliardi?
Dovremmo, giustamente, adeguare anche la grammatica!
Pertanto, compagna/b/c/d/e/f/g/h/i/j/k/l/m/n/o/p/q/r/s/t/u/v/x/w/y/z/@/#/§, lottiamo per la differenza, per ogni differenza!
Per i LGBQT e per i miliardi (infiniti) di sessi esistenti, per i borghesi, differenti dai proletari e per ogni soggettività economicamente differente!
Viva il comunismo! Viva l'Arcobaleno... e Goldrake dove lo mettiamo... Allora, viva Goldrake!

giovedì 17 giugno 2010

Berlusconi e l'invidia.

Stamattina, mentre lavavo le scale, pensavo a Berlusconi.
Al Berlusconi che ogni tanto tira la solfa sull'invidia.
La prendo larga, ma poi arrivo al punto...don't worry...XD
In natura, l'invidia non esiste.
Non si è mai visto, infatti, un elefante lagnarsi perché non è veloce come un cavallo o una lepre perché non è forte come un toro o un serpente perché non vola.
Seppur in maniera probabilmente considerata semplicista, è quindi possibile affermare che, appunto, in natura l'invidia non esiste.
Pur tuttavia, essa in realtà esiste. Questo è innegabile.
Ma allora dove nasce?
Essa è una peculiarità che si sviluppa per mezzo dell'ineguaglianza tra gli esseri umani.
Se ogni individuo può disporre di tutto quello che la propria necessità di vita richiede, il senso di invidia nei confronti di un suo simile non ha scopo di esistere.
Se, viceversa, l'individuo viene "educato" alla concorrenza nei confronti dei suoi simili, se ovvero viene costretto in una realtà in cui si è perdenti o vincenti, inevitabilmente, il perdente nutrirà invidia nei confronti del vincente.
La questione che ci interessa non è però l'invidia in sè stessa, ma piuttosto la comprensione dell'uso del termine da parte, in questo caso specifico, del capitalista Berlusconi.
Egli, che è tutt'altro che sprovveduto, non usa questo termine a caso.
Nell'immaginario comune, l'invidia viene considerata un sentimento riprovevole, di cui vergognarsi, disonorevole insomma. Perché ancestralmente, ossia nel ricordo atavico dell'uguaglianza tra esseri umani scevro da depravazioni di carattere produttivo, è incomprensibile.
Ma in una società dove, appunto, l'uguaglianza non è contemplata, l'invidia assume una forma diversa.
Essa riveste le medesime caratteristiche della giustizia e della rivendicazione di uguaglianza.
A questo punto, la finalità riguardo l'utilizzo di determinati termini è lampante.
Io sono più ricco, quindi superiore a te, tu che sei inferiore a me, più povero, non devi invidiare la mia ricchezza, quella ricchezza di cui mi sono impossessato sfruttando la tua forza lavoro, e quindi la tua persona, perché l'invidia è un brutto sentimento e, perciò, ti trasforma in "brutta persona".
Insomma, accetta la tua condizione di subalternità serenamente, tanto non è destino che essa muti.
In casi come questo, i fanatici del "politically correct" si affrettano a specificare che "nessuno qui è invidioso, che sciocchezza!".
Personalmente, invece, io mi considero orgogliosamente invidioso.
E i motivi di vanto sono principalmente due: non mi sono mai arricchito sfruttando il sangue e il sudore di alcuna persona; e vivo da schiavo salariato, perché costretto, ma non ragiono da servo!

martedì 15 giugno 2010

Finché c'è vaselina, c'è speranza?

La questione in ballo in questi giorni che riguarda, nel particolare, i lavoratori della Fiat di Pomigliano, riguarda in generale tutti i lavoratori di tutte le categorie.
Non esistono "se" e "ma" che tengano, bisogna muoversi in fretta e in maniera massiccia perché i diritti messi in dubbio sono i diritti di tutti!
Certo che dopo parecchi mesi di cassa integrazione e di cattivi segnali di inesistente futuro, in una certa maniera, non si possono biasimare quelli che sono disposti a rimetterci il culo (per usare un eufemismo...neanche troppo eufemico), perché quando arriva sera e non c'è molto da mettere sotto i denti la paura prende il sopravvento. E', tuttavua, proprio in questi momenti che bisogna stringere i denti e non mollare la presa.
Non dimentichiamo che è merito di chi non ha mollato il colpo se oggi possiamo godere di determinati diritti.
Ma è qui che sorgono ulteriori difficoltà.
Perché chi dovrebbe dare l'esempio, latita. Chi dovrebbe presentarsi "armato" agli incontri col padrone è invece senpre pronto a porgere l'altra guancia, che però non è la sua.
Mi si obietterà, giustamente, che in questo caso Fiom e Cgil hanno puntato i piedi, ma si può nutrire anche un solo briciolo di soddisfazione nello scoprire (...) che la protesta legittima si svolgerà il 25 giugno, ossia tra 10 (!) giorni? Tra 10 giorni, tolti quelli che la vivono quotidianamente, quanti si ricorderanno di tutto ciò?
E ancora (non mi stancherò mai di sottolineare questo! che per alcuni è un dettaglio), che livello di utilità (e fastidio) può avere uno sciopero di venerdì, oltretutto quando precede un fine settimana di tardo giugno in cui, presumibilmente, molti lo trascorreranno in spiaggia?
Ma tutto questo finirà per risultare un discorso al vento. Parole inutili e soprattutto inascoltate.
Perché si ha il culo al caldo, perché si crede che quello acquisito finora sia intoccabile. O forse perché si pensa che, dato che ci dicono che la crisi è passeggera, anche tirare la cinghia sarà temporaneo.
Ebbene, chi crede a queste favole si sbaglia di grosso.
Da che mi ricordo, da quando cioè ho memoria da adulto, la cosiddetta "crisi" c'è sempre stata, per un motivo o per un altro. ma so anche che per "crisi" si intende un determinato periodo che culmina con un tempo di benessere o guarigione oppure, in alcuni casi di particolare gravità, addirittura con la morte.
Solo per i lavoratori c'è sempre crisi!
Chi perde oggi, perde per sempre e perde per tutti.
Ed è perciò che mai come ora è il caso di pensare seriamente alla formazione di un sindacato di classe!
E mai come ora è il caso di ripensare di modificare i vecchi e ammuffiti (ahinoi!) schemi di lotta, ad esempio manifestando contemporaneamente in diverse città. Quello che pensano padroni e governi ci deve interessare relativamente. Il segnale deve arrivare anzitutto agli occhi e agli orecchi dei lavoratori.
Cinquemila lavoratori che marciano (e sottolineo, marciano, non passeggiano!) a Milano, Torino, Genova, Firenze, Bari, Bologna, Palermo, Napoli, magari numericamente non equivalgono i duecentomila in piazza nella sola Roma, ma trasmettono un segnale ben più allarmante, ai padroni, e ben più "concreto" alle migliaia di lavoratori di tutto il Paese.
Queste devono essere le nostre, nel senso di comunisti, priorità.
Poi possiamo anche accompagnare, annuire, condividere le passeggiate viola, verdi o turchesi, ma dobbiamo scatenarci per il diritto al lavoro che è il diritto alla vita!
E mi fermo qui senza entrare nel particolare, eviterò di dire, per esempio, che personalmente non me ne può fottere di meno delle scaramucce tra padroni ammantate dal nobile proposito della libertà di stampa.
Chiaro il concetto?

mercoledì 10 febbraio 2010

Sulla infinita bontà del modo di produzione capitalistico.


Incredibile. Ma vero.
Guardavo una replica di "Parla con me" (lo short talk-show della Dandini) in cui era ospite Carlin Petrini (fondatore di Slow Food).
E' sempre interessante ascoltare quel modo di proporre la risoluzione dei problemi del mondo che, i Sinistri piccolo-borghesi a coniatura socialdemocratica, hanno.
Naturalmente, mi fa incazzare come una bestia.
Ma noto, con interesse scientifico (perchè li guardo con gli stessi occhi con cui un entomologo guarda un afide), di come siano convinti delle fesserie che vanno blaterando.
Questi personaggi, e ovviamente anche tutto il loro codazzo di Homo sapiens sapiens, sono bravissimi a tirare fuori dal loro fustino di lavacoscienza supersbiancante le contraddizioni capitalistiche che "affliggono" l'umanità. Ma, purtroppo (immaginiamoli con le braccia allargate), si rivelano per ciò che sono in realtà: bottegai.
Si mettono in vetrina coi loro libri o con le loro crociate radiotelevisive e dicono al mondo: "Guardate quei poveri esseri umani che muoiono di fame", "Bisogna fare qualcosa, bisogna salvarli. Devi salvarli! Tu!".
Questi signori sono i moderni Vassalli. Essi vivono nel loro finto mondo, inchiodati all'anno 1300. E, ovviamente, ignorano tutto quel che è avvenuto dopo. Per loro tutto discende da Dio come l'Imperatore loro padrone e perciò se il capitalismo esiste, non può che essere una volontà divina eterna e imperitura.
Non c'è colpa e non può esserci soluzione, è l'Ente soprannaturale che decide.
E, del resto, non potrebbe essere altrimenti.
Sennò come vivrebbero loro, come potrebbero arricchirsi e poi pentirsene?
Nel particolare, il signor Petrini afferma che servirebbero quarantaquattro (44) miliardi di dollari per sfamare gli affamati ma a nessuno interessa però appena si è parlato di crisi i governi del mondo hanno tirato fuori cento (100) miliardi di dollari per le banche e per uscire dalla crisi appunto.
Giustissimo! Bravo Petrini! Ma di dire che questo cancro è causato dal capitalismo se ne guarda bene. Meglio sfruculiare le coscienze parlando degli sprechi.
Anche perchè se così non facesse come verrebbe accolto nei salottini vips dove va a chiedere elemosina e solidarietà?
Io, che sono politically incorrect, invece preferisco dire: "Fanculo alla beneficienza! Morte al capitalismo!".

venerdì 16 ottobre 2009

Giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato sciopero.....




La parola di oggi, ma più che una semplice parola è una sensazione, è, tanto per cambiare, disgusto.
Ammetto di essere un po' rompicoglioni, ma nemmeno tanto. E' che quando penso a certe cose mi si rivolta lo stomaco e non riesco a stare zitto, il boccone non va giù, non basta un tozzo di mollica. La spina rimane incastrata.

Non sapevo che stamattina ci sarebbe stata, qui a Torino, una manifestazione degli studenti contro la Riforma Gelmini e l'ho scoperto quando, poco dopo le dieci, ho sentito musica ad alto volume e il vociare tipico dei cortei. Poi sul giornale cittadino (La Busiarda, detta anche La Stampa), ho letto che sul camion-sound ci sarebbe stato anche "Zulù" dei 99Posse.
Tutto ciò è stato il pretesto per il nervoso che mi è montato.
Anzitutto vorrei dire che non mi dispiace il folklore, le feste paesane, le sfilate carnevalesche, le sagre della salsiccia, i concerti e i festival canori estivi. Ma qui, c'è qualcosa che non va.
Perchè una manifestazione con annesso corteo che si prefigge di protestare con una motivazione politica, deve (non dovrebbe!) essere seria.
Non funebre, si badi. Ma seria.
Viceversa i destinatari dell'agitazione non potranno dare una risposta seria e tutto, allegramente, verrà ricordato come un semplice giorno di festa.
"E sò ragazzi...", penserà qualcuno.
Conseguentemente, il mio pensiero inviperito è andato ad altri momenti.
Al Primo Maggio, per esempio. Che qui a Torino è storicamente considerato come "il" Corteo, con la "c" maiuscola, ma che, purtroppo, negli ultimi anni si è trasformato più in una passerella pubblicitaria per il leader di turno.
Oppure, ad un qualsiasi corteo che sostiene uno sciopero.

Il benessere economico degli ultimi vent'anni e l'atteggiamento fin troppo servile dei sindacati nei confronti del Padrone, hanno fatto sì che le manifestazioni di protesta si trasformassero in "passeggiate prefestive".
Altri tempi quelli in cui i segretari sindacali dovevano badare attentamente alle parole usate nei comizi per evitare che dai gruppi di operai partisse il lancio dei bulloni (e Sergio D'Antoni ricorderà sicuramente cosa intendo...); e altri luoghi quelli in cui il corteo del Primo Maggio marcia compatto incutendo rispetto e timore, mi riferisco alla Grecia e al KKE.
Senza dubbio.
Però i tempi cambiano.
Oggi la crisi è feroce, checchè se ne dica.
I lavoratori, tutti, vedono sempre più messo a rischio il proprio diritto all'esistenza a seguito della precarizzazione, della cassa integrazione e dei licenziamenti sempre più frequenti.
Ma cosa si fa per protestare? In che modo si tenta di alzare la voce per gridare "Non siamo disposti a mollare"?
Praticamente nulla!
Ci si limita a scendere in piazza il sabato, di pomeriggio. Confondendosi, quasi mimetizzandosi, nello "struscio" dello shopping prefestivo.
Cosicchè l'unico reale fastidio che si provoca, lo si genera in qualche automobilista e in molti poliziotti che, è bene non dimenticarlo (ma che non diventi un alibi...), sono anch'essi lavoratori e per niente privilegiati.
Nel frattempo, i destinatari della protesta, i governi e i padroni, trascorrono il week-end a chiappe nude in villeggiatura e se ne battono grandemente.
Che disgusto, che squallore!

lunedì 17 agosto 2009

CONTRADDIZIONI

Il mondo è veramente uno strano luogo dove possono accadere cose particolari.
Negli Usa, ad esempio, può capitare che un agente di polizia fermi un anziano signore, si presume, malvestito e senza documenti e lo classifichi come "barbone". Salvo poi scoprire che si tratta di un certo Robert Zimmerman, alias Bob Dylan.
Qui da noi, in Italia, invece, non esiste, purtroppo, una "Sezione malattie mentali gravi" che impedisca ad un anziano signore padano di dire cazzate riguardo all'inno e all'Unità d'Italia durante un barbecue in riva al Po.
Ecco, queste, io le chiamo contraddizioni.
Nel Paese dove, dicono, regni la libertà tutto è sotto controllo e un rocker in "pensione" non può farsi una passeggiata liberamente sotto la pioggia.
Nel nostro Paese, invece, dove il Presidente del Consiglio dei Ministri si lamenta continuamente della mancanza di libertà, i suoi "scagnozzi" possono fare quel che gli pare senza problemi.


venerdì 31 luglio 2009

DONNA YOANI E PEPPONE.

Yoani Sanchez è la blogger cubana che gestisce "Generacion Y", il blog che si occupa di denunciare le "malefatte" del regime dei cattivoni rossi e trinariciuti della bella isola caraibica.
Alcuni mesi fa, la paladina della democrazia e della libertà, piagnucolava di non poter presenziare al Salone del Libro di Torino perchè il regime dei cattivoni rossi e trinariciuti non le aveva concesso il permesso all'espatrio. Perciò, da allora, La Stampa tutti i giorni le pubblica i post.
Dato che alla gentile signora non è bastato lo sputtanamento (chiedo scusa per il francesismo) da parte del giornalista Salim Lamrani, che non riesce a spiegarsi il motivo delle lamentele sulla impossibilità di pubblicare i post sul web dato che quest'ultimi erano presenti tutti i giorni. Mah? Misteri. Ma del resto si sa che i trinariciuti sono dei veri e propri marrani.
Oggi scrive riguardo alle 138 bandiere esposte all'Avana nello spiazzo davanti al palazzo della "Sezione di Interessi" Usa.
La poverina si lamenta del fatto che il loro sventolìo disturba i suoi sonni e, dato che, secondo lei, queste bandiere sono state messe apposta per "oscurare" il pannello luminoso che "lancia" messaggi "democratici", vista la recente decisione di disattivare lo schermo, vorrebbe che anche le bandiere siano rimosse. Per tornare al "giorno in cui potrò passeggiare lungo il viale costiero della mia città e niente interromperà la perfetta unione di azzurro composta da cielo e mare".
A questo punto vorrei porgere una domandina semplice semplice alla signora Sanchez.
Secondo la sua opinione, utilizzare uno schermo posto sulla facciata di un palazzo di proprietà dell'ambasciata imperiale (...ops...) che continuamente manda messaggi "democratici" con il fine di destabilizzare il governo di uno Stato sovrano, in una scala di valori compresa tra 1 e 10, è da considerarsi un atto democratico?
E, infine, le risulta che avvenga la stessa cosa sulle facciate delle sedi diplomatiche del regime dei cattivoni rossi e trinariciuti site, per esempio, a Washington, Londra o Calcutta?
Accetti un consiglio, per questa volta: smetterla di dire cazzate, no?

sabato 25 luglio 2009

UNA SOCIETA' DI PAURE.

I protagonisti della seguente storia sembrano scelti apposta per confermare alcune paure e determinati pregiudizi, in realtà non è altro che la conferma che nella nostra società oramai non è il fatto a determinare la cronaca giornalistica ma viceversa.
Prima vediamo il resoconto giornalistico.
Qualche sera fa, in un condominio di case popolaro della prima cintura torinese, Venaria Reale per la precisione, Claudiu, un rumeno di 33 anni, completamente ubriaco con una scusa si è introdotto nell'appartamento di Deborah, una ragazza di 22 anni, e ha tentato di violentarla. A questo punto, il cane della donna, un pastore tedesco, ha assalito l'aggressore per difendere la padrona sventando così la violenza. La storia si è conclusa con l'arresto e l'incarcerazione del malvivente e con la celebrazione del cane-eroe con tanto di servizio nei tg regionale e nazionale.
Fin qui, tutto da manuale.
Abbiamo uno straniero ubriaco ad avvalorare le tesi leghiste-razziste sulla "bestialità" di questi "semiumani" che invadono la nostra terra di persone perbene; la tentata violenza carnale su una donna per dare corda ai sostenitori della castrazione chimica e per far gioire quelle femministe che lottano contro "quei porci degli uomini"; infine, il cane-eroe, pastore tedesco perchè "è la razza più fedele", e che scaccia momentaneamente il pensiero dei randagi killer.
Tutto secondo copione.
Se non fosse che un paio di giorni dopo, i vicini di casa della vittima (presunta) raccontino una storia diversa. Completamente diversa.
"Quel tizio era ubriaco, ha suonato a tutti e quando siamo usciti sul pianerottolo abbiamo visto lei che lo insultava e minacciava di aizzargli contro il cane.....lui non è nemmeno entrato in casa", raccontano.
Poi vengono fuori altri particolari.
Pare, infatti, che alcuni anni prima il (presunto) malvivente vivesse nello stesso palazzo e che, insieme ad altri inquilini avesse partecipato ad una raccolta firme contro la ragazza che, a loro dire, disturbava la tranquillità comune.
Poi, ancora, sul corpo della ragazza sono stati trovati segni di bruciatura di sigaretta, provocati, secondo lei, dall'aggressore. Ma, anche qui, spuntano fuori grossi dubbi. Infatti sono in molti a testimoniare il passato difficile della ragazza, costituito da qualche episodio di microcriminalità e diversi di autolesionismo.
Quanti colpi di scena. Pari solo agli altrettanti luoghi comuni.
Intanto, il "mostro" rumeno si è fatto un paio di giorni rinchiuso alla Vallette con l'unica colpa di essersi presi una sbronza che, a meno non compaia tra i nuovi comma del codice penale, non è reato.
Questa storia, banalizzata, quasi, dai media che sguazzano nel dilagare di fenomeni violenti simili, è tremenda. Non per la cronaca in sè, quanto per il fatto che fa riflettere su quale tipo di società è oggi quella italiana: un meta-luogo popolato di paure, pregiudizi e realtà costruite ma non reali.
Viviamo in un film dove il cattivo è: straniero; uomo.
Non è che stiamo esagerando?
Vogliamo cambiare registro o aspettiamo di arrivare ad un punto in cui si organizzano vere e proprie battute di caccia?
Personalmente, in quanto uomo, incomincio anch'io a soffrire alcuni pregiudizi. Infatti ho il timore di guardare i bambini per non passare da pedofilo e di guardare le donne per non passare da maniaco.
Esagero?
Può darsi, ma provate a guardarvi intorno.

lunedì 20 luglio 2009

PENTITI.....UNA BRUTTA RAZZA.

Da qualche tempo, tra Il Giornale e La Repubblica è in corso un duello all'ultima penna e si sa che in guerra (e in amore) tutto è permesso.
Non ho preferenze nè per gli uni nè, tantomeno, per gli altri perciò non giudico. Mi limito a ossevare.
Trovo, però, curioso oltrechè esilarante la posizione che il direttore del berlusquotidiano ha assunto in un recente editoriale dal titolo: "Giornali morbosi. Ci mancava solo la scrittrice hard".
Il buon Giordano, questa volta, mi trova assolutamente d'accordo!
Sarebbe infatti ora di smetterla col voyerismo da osteria e tentare di occuparsi seriamente dei problemi politici e sociali che affliggono il nostro Paese. "(...) L'Istruzione varava la riforma dell'Università? «E va bé, ma hai sentito i capezzoli?». Il governo presentava il Dpef? «E va bé, ma hai sentito i capezzoli?». La Camera approva la legge sulla violenza sessuale? «Si, però, i capezzoli.....». (...)" scrive il megadirettore.
Ma.
Tralasciando che egli stesso ha trasformato Il Giornale nell'organo ufficiale di palazzo Grazioli, la sua protesta ricorda quella dell'ex tabagista che prima è così assuefatto da usare persino abiti in tinta con la sigaretta (tipo panta bianchi e camicia giallognola stile filtro...) e poi è così incazzato da appostarsi armato di ascia bipenne da dare in testa a quegli zozzoni che avvelenano il prossimo.
Sciur Giordano, orsù!
Ha già dimenticato il suo passato da direttore del TC di ItaliaUno?
Ah....."TC" non è un errore di battitura, è l'acronimo di TetteCuli!

venerdì 10 luglio 2009

L'ARNESE SUBUMANO

Oggi alla radio.
Tema della trasmissione: "Quella volta che vi hanno rotto l'oggetto a cui tenevate tanto".
Sms di un ascoltatore: "La donna delle pulizie mi ha rotto la puntina del giradischi, che io considero un figlio.
Licenziata la sera stessa!".
Sembra incredibile, sembra un'esagerazione, sembra una sciocchezza.
Sembra.
Si legge e subito la si dimentica, probabilmente perchè è così grave che non ci si bada più. O, probabilmente, perchè sono così tanti quelli che la pensano in modo simile da rendere l'episodio normale.
Chissà quante volte si è sentito dire di gente disposta addirittura ad uccidere chi danneggiasse un vetro o la vernice sulla carrozzeria dell'automobile.
O che si vantano di amare e rispettare più il proprio cane piuttosto che il collega di lavoro o il vicino di casa.
Massì dai, cosa vuoi che sia. Sono cose che si dicono, ma non si pensano realmente.
Siamo proprio sicuri?
Chi vuole pensarla in questo modo è, purtroppo, padrone di farlo. Ed è questo il motivo per cui divido gli esseri umani in "persone" e "mostri".
Una delle citazioni che preferisco è di Karl Marx, e recita: "Il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso sembra essere che le forze materiali vengono dotate di vita spirituale e l'esistenza umana avvilita a forza materiale".
In poche parole, ecco il concetto di reificazione ossia la soggettivizzazione dell'oggetto.
La reificazione ha un legame imprenscindibile dal capitalismo, al quale interno i rapporti tra esseri umani vengono ridotti a rapporti tra le merci da essi prodotti.
Nel caso in questione, "la donna delle pulizie" non è un essere umano ma è un utensile di lavoro di cui si può disporre a proprio piacere. Come un chiodo, che quando si piega si getta via e se ne prende un altro.

venerdì 3 luglio 2009

CATEGORIE PROFESSIONALI: 2. IL PROFESSIONISTA

Con la definizione "professionista" si intende appunto chi esercita una professione, un mestiere, e, nel nostro caso specifico, chi, dopo il diploma o la laurea o un corso di studi specialistico, esercita un'attività in proprio: avvocato, commercialista, medico dentista, architetto, giornalista, ingegnere, geometra, sono alcuni esempi.
Quel che contraddistingue la maggior parte di coloro che rientrano in questa categoria sono l'alterigia e l'arroganza. Essi hanno la convinzione che tutto gli sia dovuto; le porte, al loro passaggio, devono aprirsi senza esitazioni; guardano e squadrano dall'alto chiunque non appartenga al loro rango.
Il professionista è membro (consapevole) di una élite, egli non è un individuo "normale" ma è, anzitutto, un professionista. Infatti non è mai "Mario Rossi", bensì "Rossi, ingegner Mario". La sua appartenenza ad una élite è confermata dal suo fare parte di un albo di categoria.
Il professionista è, tendenzialmente, un corporativista perciò antepone i propri interessi di categoria a tutto il resto.
La sua filosofia di vita non differisce moltissimo da quella del "bottegaio", ma esso si considera di un livello superiore. Ad esempio, se il bottegaio è "fissato" col profitto e maneggia piacevolmente denaro, il professionista, invece, pur perseguendo il medesimo obiettivo possiede un tipo di moralità ipocrita e preferisce quindi evitare di parlare o di sporcarsi le mani con lo "sterco del demonio".
Generalmente quando si tocca l'argomento, il professionista dichiara che "il denaro è un mezzo, non un fine", però trascorre due terzi della giornata (e sette giorni su sette!) in ufficio.
Come dicevo, il professionista è un corporativista, nel senso stretto del termine, nel senso che ritiene utile, e valida, solo la propria corporazione. Quindi, ad esempio, il geometra considera l'architetto un imbecille che non sa fare niente e l'architetto considera il geometra un manovale diplomato.
Ha un rapporto, diciamo così, particolare con il fisco. E, di conseguenza, ha un rapporto particolare con i colori: ama in assoluto il nero.
Differentemente dal bottegaio, il professionista non considera lo Stato ladro. Più semplicemente, egli fa questo ragionamento: sono disposto a pagare, a patto che il servizio in cambio sia visibile e tangibile. Perciò, non batte ciglio per le marche da bollo ma non sopporta il ticket sanitario, perchè "io non vado all'ospedale, semmai in clinica privata!".
Ed anche riguardo alle "collaborazioni" ha lo stesso atteggiamento. Se ne è usufruttore, pensa che gli spettino di diritto e quindi sfrutta tutti i mezzi in suo possesso per ritardarne la solvenza, viceversa pretende celerità e puntualità.
Il professionista considera i propri dipendenti esseri inferiori fino a quando non raggiungono il grado di "dottore" e, stranamente, i diretti interessati ritengono questo tipo di vessazione un "normale" transito della propria carriera. Sottopagati e maltrattati, ma lo chiamano "apprendistato".
Tuttavia, il professionista, è un frustrato. Già, perchè pur considerandosi un eletto, un semidio, non gli viene riconosciuto questo status. E non si raccapezza di questo. Del resto egli sa che il mondo è governato da chi ha il potere e avere i soldi è un potere. Ma non capisce per quale oscuro motivo non gli venga riconosciuto.
Il professionista va sempre di corsa, egli non ha tempo da perdere. Il tempo è denaro, si sa.
Anche fuori dal lavoro, infatti, un buon professionista è sempre al lavoro!
Se ha un incidente d'auto non grave, tira fuori il libretto degli assegni e risolve; al ristorante non c'è posto e bisogna aspettare? lauta mancia al cameriere e risolve; i figli hanno bisogno di maggiori attenzioni? videogioco nuovo e risolve.
Il professionista è un fervente seguace della Partita Iva e se fosse un politico il suo motto sarebbe: più ritenuta d'acconto per tutti!
Infine la vita privata.
L'uomo considera le donne, tutte tranne la mamma (e solo in alcuni casi, la sorella), bipedi disposte a vendere o affittare il proprio corpo; la famiglia è una palla al piede; la casa un boudoir; l'automobile, la carta di credito e il palmare prolunghe rispettivamente: del pene, del pene, del cervello. Se potesse si sposerebbe con una ventenne formosa, colf, muta e orfana.
La donna, invece, considera tutti gli uomini (compresi papà e fratelli!) dei coglioni incapaci; la famiglia è una palla al piede; la casa un museo; l'automobile, la carta di credito e le scarpe: strumenti di potere. Se potesse si sposerebbe con un suo simile, professionista e, preferibilmente, gonfiabile.

(prossimamente: 3. Il Padroncino)

mercoledì 1 luglio 2009

CATEGORIE PROFESSIONALI: 1. IL BOTTEGAIO

Io i bottegai non li ho mai potuti sopportare!
Senza dubbio posso dire di conoscerli, dato che per molti anni ho fatto il barman e più imparavo a conoscerli più odiavo il loro modo di fare e pensare.
Il bottegaio non ha una vita privata, per esso il lavoro è tutto. Ma non il lavoro inteso come attività umana, bensì il lavoro legato al profitto.
Quella del bottegaio è una delle categorie fondamentali della società capitalistica. Nasce, produce, consuma, muore.
Nella maggior parte dei casi: possiede una casa medio grande che arreda con gusto e riempie di elettrodomestici all'ultima moda, ma ne riduce l'utilizzo a dormitorio; ha l'automobile (e in alcuni casi, anche un furgoncino) ma che usa principalmente per scopi legati all'attività professionale; ha una famiglia che non conosce e con cui interagisce solo all'interno del negozio.
Si considera il vero motore dell'economia nazionale e lavora in media tra le 10 e le 14 ore al giorno, minimo per 6 giorni la settimana.
Non perchè ne abbia realmente bisogno ma perchè "lo Stato gli ruba i guadagni con le tasse".
Sarebbe, tutto sommato, ammissibile sacrificarsi per una ventina d'anni in funzione di una "vecchiaia" agiata, ma per il bottegaio non è concepibile.
Egli si considera "persona" solo se crea profitto.
La sua nascita risale non alla sua nascita fisica, ma all'apertura della prima attività oppure, nel caso sia "figlio d'arte", a quando intorno ai sette-otto anni già lavorava nella bottega di papà, e cessa di essere una "persona" quando non è più in grado di tirare su la serranda. secondo lui chi va in pensione, e chi si riposa in generale, è un debosciato.
Per il bottegaio i "veri" lavoratori sono solo i suoi simili.
I lavoratori dipendenti sono dei mangia-pane-a-tradimento che nella vita non si sono dati abbastanza da fare, approfittatori che "appena ti giri ti accoltellano o, peggio, mettono le mani in cassa".
"Comodi loro, i dipendenti, non hanno problemi. Il sindacato li protegge e col minimo sforzo si comprano all la casa e tutto quello di cui abbisognano!". Conseguentemente a tutto ciò, è quindi un dovere spremerli facendoglielo anche pesare.
Il bottegaio è cittadino del mondo, nel senso che indifferentemente dalla nazione a cui appartiene, mantiene caratteristiche simili. Con un punto fermo, però. Ad esempio, in Italia: se è torinese lavora più del ligure, se è veneto lavora più del napoletani, e così via.
Dal punto di vista politico è eclettico e viene attratto di volta in volta dal partito che promette meno tasse, sia questo di destro o di sinistra. La lega Nord va a nozze con elementi simili!
Un ultimo appunto.
Le caratteristiche negative che contraddistinguono il bottegaio, aumentano esponenzialmente nel caso di bottegaio-artigiano.
Ovviamente sono consapevole di essere soggetto a critiche per la generalizzazione, ma del resto va di moda in questi tempi.....

(prossimamente: 2. Il Professionista)

mercoledì 24 giugno 2009

NESSUNA PIETA' PER CHI UCCIDE UN LAVORATORE!

Mentre governo e opposizione si smanacciano gli organi sessuali per festeggiare le "vittorie" elettorali, il processo contro la Eternit continua.
Di particolare interesse le ultime scoperte.
Pare infatti che i manager fossero addestrati a dire il falso o comunque a negare ogni addebito sui pericoli derivanti dall'amianto.
Interessante scoprire che, secondo i vertici dell'azienda, il cancro ai polmoni che ha causato tremila tra morti e malati in Italia, e altrettanti in Francia, sarebbe causato esclusivamente dal fumo di sigaretta negando così l'esistenza di una malattia direttamente correlata: l'asbestosi.
Altrettanto interessante scoprire che il rapporto (risalente al 1976!) del signor Robock, responsabile del Servizio di Sicurezza sul Lavoro dell'Associazione Commerciale Cemento Amianto tedesca (Wirtschaftsverband Asbestzement), in cui si consiglia di investire "su misure di prevenzione e sicurezza, sulla pulizia" e di acquistare mascherine "più adatte e confortevoli da usare", venne completamente ignorato.
Mi dispiace per chi la pensa diversamente, ma, per me, chi agisce in questo modo altro non è che un assassino!
E sarò sazio solo quando saprò che, dopo essere stati rinchiusi in una camera di tre metri per tre con le sbarre alla finestra, butteranno le chiavi!

sabato 20 giugno 2009

IO NON VOGLIO LASCIARMI MORIRE!

Ho letto un articolo di Francesco Sisci, corrispondente da Pechino per "La Stampa", dal titolo "Da samurai a bamboccioni", e il mio umore è passato da curioso a triste a terrorizzato.
La curiosità è soddisfatta nello scoprire che la società giapponese stà subendo cambiamenti drastici; nella terra che fu dei samurai, oggi due terzi della popolazione maschile nella fascia d'età tra i venti e i trentacinque anni hanno scelto di essere "soshouku-kei" (erbivori), vivono con la mamma, non ambisce a carriere professionali e non pensa a farsi una famiglia nè ad avere rapporti di tipo sentimentale con l'altro sesso.
Cresce la tristezza quando scopro che il 40% dei maschi minge in posizione seduta per evitare rimproveri dalle donne o che indossa reggiseni perchè si sentono più tranquilli e sereni.
Passo, infine, al terrore nel realizzare tutto ciò e leggendo la conclusione dell'articolista:" Dopo la fine di queste idee di grandezza, il destino del Giappone e dei giapponesi, sembra incerto. Perchè bisogna lavorare e divorare? Meglio prendersela calma, meglio pascolare tra l'erba, perchè forse, chissà, è proprio l'anima del samurai che si sta estinguendo. E alla fine, forse, potrebbe anche non essere un male".
Ora, aldilà delle inutili considerazioni di carattere folkloristico del signor Sisci e aldilà delle mie preferenze di natura romantica, quel che terrorizza è il telone di nichilismo che avvolge oramai il mondo. E che fa sì che si consideri solamente da un punto di vista statistico il fatto che in Giappone il deficit sul Pil è del 180% o che quello del Sol Levante sia, dopo gli Usa, il secondo paese al mondo con il tasso più alto di povertà tra quelli più sviluppati.
Sicuramente farà piacere a molti sapere che la società nipponica stà cambiando anche dal punto di vista del sesso dominante, senza però rendersi conto dei pericoli che ciò comporta.
La mia critica potrebbe sembrare una difesa della società maschilista, ma in realtà vado oltre.
Si legge continuamente, negli ultimi tempi, che sempre più donne rinunciano (o sarebbero disposte a farlo, tranquillamente...) ad avere figli perchè lo considerano un ostacolo alla carriera professionale. Questo è, per me, terribile!
E' terribile è anche vedere che la società si sposta verso il dominio da parte delle donne, così come terribile è una società in cui dominano gli uomini sottomettendo le donne.
Il nichilismo è così tanto dentro noi che oramai non è così strano sentire affermare che "il genere umano è destinato all'estinzione", ed alcuni, addirittura, auspicano che ciò avvenga in anticipo rispetto alle previsioni.
Bisogna ribellarsi a questo modo di vedere, bisogna agire per la vita non per la morte.

venerdì 12 giugno 2009

DISTRIBUTORI DI ETERNIT....à

Mi auguro vivamente che le richieste degli avvocati difensori della Eternit non vengano ascoltate!
La giustizia che questi criminali vorrebbero è ben lontana dal concetto di giustizia che uno Stato civile dovrebbe avere, ma non mi stupirei a "scoprire" il contrario viste le ultime evoluzioni.
I lavoratori della Eternit che hanno perso la vita per aver respirato l'amianto, non lavoravano a Genova, infatti gli stabilimenti erano in Piemonte a Casale Monferrato. Ma gli uffici direzionali avevano sede a Genova, si giustificano gli avvocati, e perciò, secondo loro, il processo va spostato in quella sede.
Guarda caso però, a Genova non c'è Raffaele Guariniello, il pubblico ministero torinese che si occupa della vicenda.
Ora, si possono anche vedere le cose politicizzate in un certo senso ma su un fatto, destra e sinistra dovrebbero essere d'accordo: chi uccide deve pagare, chiunque esso sia e qualunque cosa rappresenti. E questi assassini devono pagare!

L'Unione non esiste!

Non ho molta voglia di "fuffare" sulle ultime elezioni per un motivo soprattutto, ossia perchè le novità non mi sembrano rilevanti a parte una.
La novità rilevante è la crescita di fazioni xenofobe e antieuropeiste.
Ma, in fin dei conti, lo stupore è pari allo scoprire che il fuoco brucia. Infatti, dopo tutta una serie di invettive islamofobiche e l'atteggiamento totalmente prono nei confronti degli Usa, soprattutto dal punto di vista militare, con conseguente assenza di un progetto comunitario.
Dunque su quali basi si può imbastire un discorso europeista?
Per creare uno stato federale solido non è sufficiente l'unità monetaria, o mi sbaglio?