Visualizzazione post con etichetta pensieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri. Mostra tutti i post

mercoledì 19 dicembre 2012

Del mercoledì.


E parliamo di regali, che un certo percorso doveva pur essere concluso.
M’è venuto da pensarci, perché qualche minuto fa, da una utilitaria sono scese tre persone, un uomo, una donna e una bambina di poco più di dieci anni. La classica famigliola proletaria, insomma. Il papà era serio, la mamma dava l’impressione di non poterne già più, la figlia era euforica al limite dell’isteria.
La prima cosa che ho pensato, è stata: bye bye tredicesima. Poi, con un pizzico di rabbia, ho pensato a quanto era triste quella fotografia. Non l’intenzione dei tre, ma l’obbligo a cui erano costretti.
Pensavo a quanto sarebbe bello se i doni del Natale fossero il risultato di un lavoro che, magari, dura mesi e costa fatica, ma che costa poco denaro e al cui interno vi è più sentimento di quanto se ne può trovare in qualsiasi oggetto anonimo acquistato all’ultimo momento e solo perché ci si sente obbligati.

lunedì 17 dicembre 2012

En passant.


Mentre ascolto un album dei New Order, penso alla situazione in cui mi trovo. E devo dire che non c’è molto da esser felici.
Non nego l’influsso del suono New Wave che ritengo un prolungamento del punk ma senza quella finta gioia che l’edonismo reaganiano vorrebbe.
Non ho più passioni.
La politica se ne va a fare nel culo dell’intenzione democratica e civile di una società di merda, che per vivere è costretta a sacrificare i suoi simili.
Il lavoro non va malissimo, anzi.
Ma non mi fido.
Sorrisi e complimenti non mi sono mai piaciuti, temo. Temo veramente per il futuro.

mercoledì 12 dicembre 2012

La coppia (in)felice.


Solitamente, in una coppia preferisco avere a che fare con la donna.
E, detta così, da un uomo eterosessuale, potrebbe generare equivoci. Certo, direbbe qualcuno, che scoperta.
Ma non è di “quello” che voglio dire.
Preferisco il rapporto con la donna, perché mi ci trovo (quasi) subito ad agio. Una battuta e ci si rilassa.
Con gli uomini è diverso, probabilmente entra in ballo un certo senso di competizione. E, spesso, molto spesso, il decollo tarda.
La donna invece, funge da cavallo di Troia.
Se riesci a entrare nelle sue grazie, anche il compagno cederà.
La consueta premessa, serve a introdurre un altro discorso.
Diverse volte, m’è capitato di parlare dei due mostriciattoli che guastano la mia serenità pomeridiana della domenica, Clemente e Clotilde.

lunedì 10 dicembre 2012

Non c’entra un cazzo, ma piace ai giovani.


Non sono mai stato bravo nel giuoco del pallone.
Me la cavo, cavicchio. Ma bravo, proprio no.
Eppure non ho mai subito lo smacco di essere rifiutato in una scelta.
Mi spiego meglio.
Anzitutto, sono diligente. Dove mi mettono, sto.
In secondo luogo, riesco a “leggere” le azioni con un certo anticipo. E questo mi permette di intervenire al momento giusto.
Ma torniamo un attimo indietro.
Da bambini, perlomeno nel quartiere dove sono cresciuto, erano due le possibilità per poter essere scelti a far parte di una delle due squadrette e poter giocare a pallone: a) essere proprietari del pallone; b) saper giocare bene.
Nel primo caso, nessun problema se avevo il pallone. Ma il secondo, non era decisamente il mio.

martedì 27 novembre 2012

Impotenza.


Impotenza, non riguarda solo la sfera sessuale.
Impotenza, è arrivare a fine giornata senza nemmeno la voglia di addormentarsi. Che tanto non serve a nulla.
Impotenza, è svegliarsi al mattino e pensare subito a quando arriverà la fine di un’altra giornata.
Impotenza, diventa sinonimo di depressione. Nel senso di apatia, di non voglia di fare.
Nei confronti di tutto. Perché ogni sforzo è vano.
Personalmente, sono sempre stato, e anzi probabilmente lo sono ancora, disposto al sacrificio, a rinunciare ad avere qualcosa nell’immediato, per godermelo alla fine.
Ad esempio, penso ad una sciocchezza, fino a qualche tempo fa, per quanto riguarda il cibo tenevo da parte l’estremo godimento per il boccone finale. Ora, non me ne preoccupo più. Tanto non cambia nulla.

mercoledì 14 novembre 2012

Porco Diavolo!


L’imprecazione fa ridere.
Porco di qua, porco di là. E giù sghignazzi.
Si tratta di una particolare forma di esorcismo, un rifiuto verso la religione e, soprattutto, nei confronti del clero. ma lo trovo fastidiosamente infantile.
Quando mio padre spadroneggiava ancora gli eventi della mia famiglia, capitava spesso di trascorrere il fine settimana a Genova presso la famiglia della sua unica sorella, i fratelli maschi sono cinque, la zia Angela. Noi bambini eravamo felici di incontrare i coetanei cugini, a mia madre sembrava non dispiacere la compagnia della cognata, e lui spariva insieme con lo zio Bruno per intere notti a caccia di anguille. Se andava bene, la domenica a cena le mangiavamo cotte alla griglia, prima di ripartire verso casa.

martedì 13 novembre 2012

Servire, non sempre equivale a esser servi.


Si arriva a un certo punto e si comincia a pensare. Al passato, in molti casi. A quello che si è fatto, a quello che non si è fatto, a quello che si è riusciti a ottenere e a quello che ci si è fatti sfuggire. A quello che si avrebbe voluto e a quello che ci si è accontentati di avere.
La vita è fatta di scelte, continuamente. E, nella maggior parte dei casi, sono scelte di altri a cui si deve sottostare. Volenti o nolenti. Alla fine, addirittura, ce le facciamo piacere. Per paradosso.
E si finisce a pensare.
Non è casuale.
Si inizia a pensare per due motivi, soprattutto. O perché si rimpiange o perché si è raggiunto un livello di serenità interiore che spinge a credere di essere padroni della propria vita.
In molti casi, chi guarda da fuori vede un atteggiamento arrendevole, un accontentarsi fingendo soddisfazione per non tornare ad esser delusi.
Ma che ne sanno costoro? Nulla. Proprio nulla.
La vita di ognuno è solo di quell’uno e nessun altro può immaginarsela.
Può capitare a qualcuno di pensare al tempo perduto. A quello che si è fatto sfuggire o a quello che per scelta d’altri ha dovuto rinunciare.
L’adolescenza, ad esempio.
Un tempo in cui, pensi dopo, ci si sente spensierati. Liberi.
La strizzata di culo al pensiero d’essere interrogati, il primo bacio con la compagna di classe, il semplice stare insieme e vivere ogni giorno con i coetanei. Insieme con tutto quello che è bello e con quello che è brutto.
Ecco, per me, l’adolescenza è questo. Il vivere con i propri coetanei la scoperta del mondo e della vita.
Manca.
Perché capita di crescere più in fretta degli anni che si hanno, di dover essere investiti da responsabilità che non possono appartenere a un quattordicenne. E la vita si fa routine senza più la sorpresa di niente, tranne il salario alla fine del mese.
Non esistono riti. Il primo bacio, lo dimentichi. La prima volta che hai fatto l’amore ti sembra squallida, e rimuovi dalla memoria anche quella.
Gli anni passano e l’unica consolazione è il credere al futuro. “Mi rifarò”, ti dici.
”Qualche sacrificio, ancora un po’ di sforzo e poi verrà il momento in cui potrò vivere la mia vita”, pensi. E ti illudi.
Ma la speranza ti da la forza di andare avanti, oltre l’inerzia.
Poi, col tempo, piano piano e senza sconti, si arriva a credere di essere padroni del proprio tempo e della propria vita.
Magari un’altra illusione, ma utile. Necessaria.
Ti senti vaccinato a quasi tutto, o perlomeno pronto.
E l’occasione si presenta.
Arriva dal nulla, come un cazzotto al buio.
Ti stordisce. Provi a riprenderti, ti scuoti. Apri gli occhi, ma sei ancora stordito. Non sai cosa fare. L’istinto ti fa allungare la mano, ma fatichi a vedere. Annaspi e cerchi qualcosa da toccare. “Vieni qui, cazzo!”, pensi.
E non vuoi fartela scappare.
Non perché pensi che sia l’ultima. Ma perché sei sicuro che sia quella giusta, quella che hai aspettato per tutta la vita.
E non ti sembra d’essere più servo. Vuoi servirla, ma per ricavarne piacere.

venerdì 26 ottobre 2012

Fame? No.


Fortunatamente, non aveva mai sofferto la fame. Nemmeno quella fame di cui si parla riferendosi all’appetito.
L’unica fame che conosceva era quella che proverbialmente viene mangiando.
Nessun problema di nutrizione, quindi.
Mangiava con regolarità quotidiana e, nei momenti in cui sentiva il bisogno di qualcosa in più, non aveva problemi a saziarsi autonomamente.
Di sicuro non era un cacciatore né un raccoglitore, era piuttosto un trovatore. Si un trovatore, nel senso che si faceva trovare dal cibo che aveva voglia di mangiare
Ma non si accontentava, anzi. Infatti, se la pietanza non era di suo gradimento, lui la rifiutava.
Semplicemente perché non soffriva la fame.

mercoledì 3 ottobre 2012

Felicità.


La felicità esiste, ne ho le prove.
Però non dura molto, più che altro sono momenti.
Ad esempio, oggi. Ecco oggi, stasera, ero tutto sommato contento, non so se felice, ma contento. Anzi, no. Ero felice.
Non so il perché, in fin dei conti non è che la mia sia una di quelle vite da definire eccezionali. Eppure ero felice.
Che ne so?!
Avevo sentito la mia ragazza, quel pasticcino di donna, nel pomeriggio.
Insomma, mi sentivo bene. Bello e rilassato.
Arrivo a casa, volevo fare una doccia.
Mi tolgo le scarpe e…
E mi crolla il mondo addosso.
Un buco nel calzino.
La felicità esiste. E ne ho le prove.
Ma dura poco, più che altro momenti.

mercoledì 26 settembre 2012

Francesca.


E’ come se fossimo rami.
Consapevoli della nostra esistenza, ma che ignorano l’esistenza delle radici.
Non le vediamo e non sentiamo la necessità di interrogarci sulla loro importanza, fondamentale perché senza di esse non potremmo esistere.
Quando una di queste viene a mancare, si scopre dolorosamente l’importanza dell’identità e ci si rende conto della non eternità della natura.
Ciao nonna.

domenica 23 settembre 2012

Silenzio.


Da quando vivo da solo, devo aver sviluppato una sensibilità ai suoni che non m’ero mai accorto di possedere.
Non sto parlando di chissà quale capacità uditiva o percezione musicale. No, semplicemente ho l’impressione che i miei orecchi siano più attenti ai suoni.
Ma non è una questione, diciamo così, meccanica. Non dipende dal “semplice” sentire.
Si tratta di ascoltare ed è, questo lo riconosco, dipendente dalla psiche, se così si può dire.
Il fatto è che trascorro molto più tempo di prima, in silenzio. E stando in silenzio, non parlando o parlando poco con altre persone, ascolto con più attenzione i miei pensieri, perciò i suoni esterni, qualsiasi essi siano, mi giungono amplificati in maniera, a volte, addirittura fastidiosa.
I suoni, forse è più appropriato definirli rumori, della casa, ad esempio. La ventola del frigorifero che si accende e spegne, lo scricchiolio del legno della scala. Oppure, ma in questo caso riesco ad averne il controllo, il volume della televisione. A volte, mi allarmano.
In alcuni casi, invece, parlando con altre persone, mi capita di rendermi conto di fare delle lunghe pause prima di rispondere a mia volta. Perché mentre l’interlocutore si rivolge a me, rifletto mentalmente su quello che mi viene detto e svolgo una discussione “interna”.
Mi auguro non siano sintomi di follia.
Pensavo a tutto questo, perché domani tornerò al lavoro dalle ferie, e l’idea di sentire di nuovo voci, suoni e rumori, che nel periodo di vacanza non facevano parte del mio mondo, mi infastidisce e non poco.

venerdì 21 settembre 2012

Cotta e mangiata.


Vorrei dire alla donna che amo, che non me ne frega una beata minchia di niente tranne che di lei.
Vorrei farle capire che in tutta la mia vita non m’è mai interessato il giudizio, sia esso positivo o negativo, delle altre persone. E che, addirittura, i complimenti (chi non ne ha mai ricevuti, orsù!) mi imbarazzano. Perché non rendono me una persona migliore o peggiore.
Tutto ciò, però, non ha nulla a che vedere col fatto che io voglia apparire come “cultore” di chissà quale forma di individualismo.
No.
E’ che sono timido, fondamentalmente.
Ma di questo, ne parlerò un’altra volta.
Per ora, mi girava così.
Punto.

venerdì 14 settembre 2012

Schiavitù.


Quella che vige sotto il dominio capitalistico, è una schiavitù peggiore della schiavitù stessa.
Se per schiavitù, intendiamo (anche, ad esempio) la definizione che ne da Claude Meillassoux nel suo “Antropologia della schiavitù”: “…schiavo è colui che fornisce la totalità del suo tempo a un padrone che provvede in cambio alle sue necessità vitali”.
La società capitalistica, invece, esegue una schiavitù peggiore perché la ammanta di falsità mediante la libertà.
Libertà, nella società capitalistica, non è libertà per tutti ma solo per chi possiede il controllo dei mezzi di produzione e di scambio.
Ma libertà, è anche l’affrancarsi, sempre e solo per chi detiene il controllo dei mezzi di produzione e di scambio, dal curarsi dei propri schiavi.
Nella società capitalista, la libertà è schiavitù senza diritto di vita.
”Una volta lo schiavo, per la sua utilità, aveva almeno salva la vita; oggi intere popolazioni, per la loro inutilità, non hanno neppure questa garanzia” (U. Galimberti, Parole nomadi).

lunedì 10 settembre 2012

Compassione.


{dal latino cum patior, essere con l’altro nel soffrire}; {sentimento di sofferta partecipazione al male altrui}

Alcune persone non riescono proprio a venirne a capo.
Non ne comprendono il significato.
Colpa, dico io, del cinismo che avvolge e corrompe la nostra bella società postmoderna. Un mondo e un luogo in cui il sentimento è qualcosa da evitare come la peste. Perché dimostrare compassione, che, ricordarlo non fa male, è un termine che possiede diverse accezioni e non tutte negative, è da deboli. E dimostrarsi deboli, anche solo per un momento, anche solo per una volta, non è concepibile nè accettabile in una società in cui i cani mangiano i propri simili.
Ma, anche se può apparire eresia pura (in questa società di mostri, non lo ripeterò mai abbastanza!), compassione fa rima con amore.
E, che vogliate crederci o meno, sciocchi cinici della domenica (chi mi conosce, sa che sono un campione in materia), l’amore muove l’universo!
Tiè! Beccatevi questa!
E allora soffro.
Soffro per chi sento vicino e soffre, anche se non lo do a vedere. Anche se faccio finta di fottermene.
Perché questo è (anche) il mio modo di dimostrarti amore, amore mio.

venerdì 7 settembre 2012

Nemico.


Una parola che quasi terrorizza.
Chi la pronuncia dev’essere cattivo, pensano molti.
Deriva dal latino “inimicus”, ossia nient’altro che il negativo di “amicus”.
Ecco, io ste forme ipocrite di politically correct proprio non le sopporto.
È meno brutto “antagonista” o “avversario” o “rivale”? Eppure sono sinonimi. Sinonimi, capito?
Ma nel nostro meraviglioso, finto e dorato mondo uccidere è pubblico ma defecare è vergognoso e quindi dare del “nemico” a chi si odia è poco gentile.
Ah, giá….anche odiare non è bello.
Dirlo.
Allora continuiamo a farlo di nascosto.
E d’ora in poi, i nemici chiamiamoli birbaccioni così nessuno si spaventa.

giovedì 6 settembre 2012

Goffaggine.


Goffaggine è sbagliare sempre i tempi.
Entrare quando non si deve, uscire troppo presto, sorridere quando non è il caso, intristirsi ad una battuta.
E quando ti vedo mi sento goffo come una pianta grassa.
Non sono un insicuro, so quello che voglio e, benché timido, non mi faccio problemi di sorta generalmente.
Ma quando vedo te, divento goffo.
Non so più cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Il bianco e il nero si colorano.
L’alto e il basso si allargano e restringono.
Ecco cosa è la goffaggine per quanto mi riguarda.

venerdì 31 agosto 2012

Sono stanco.

Sono stanco.

Sono stanco di chi la sa lunga e di chi non la sa abbastanza.
Di chi vede tutto nero e di chi vede tutto rosa.
Delle stesse facce tutti i giorni, alla stessa ora, che fanno sempre la stessa battuta, con la stessa espressione e aspettano la solita risposta.
Sono stanco del tempo, meteorologico e cronologico.
Di alzarmi dal letto alla stessa ora e di rispettare un impegno per ogni minuto della giornata, della settimana, del mese.
Sono stanco delle scarpe. Dei pantaloni. Delle camice, dei pullover, delle giacche.
Sono stanco del denaro.
Della spesa settimanale. Della solita fila di scaffali dove si trovano gli stessi prodotti. Il caffè a destra, la pasta a sinistra, i salumi in fondo al corridoio, la breve fila alla piccola cassa, i soliti saluti.
Sono stanco della tivù e della radio. Dei soliti programmi alla solita ora e con le solite voci e le solite facce.
Sono stanco di internet.
Dei social network, dei blog, di youtube.
Sono stanco di mangiare.
Della solita pastasciutta, della solita bistecca, del solito pomodoro.
Sono stanco di chi pensa di aver capito tutto di me, quando nemmeno io l’ho ancora capito.
Sono stanco di dover sempre fare, dire e apparire come qualcun altro vorrebbe che io fossi. Di lottare anche sulle virgole.
Sono stanco.
Ho bisogno di una vacanza, di staccare la spina, di stare con le persone che voglio anche se so già che non potrò.
Pazienza, non ho nemmeno voglia di pensare a domani.
Sono molto stanco.

giovedì 30 agosto 2012

Memorie




Stesi sul letto, avevano appena fatto l’amore.
Lui con lo sguardo perso nel vuoto in direzione del soffitto, lei con la testa sulla sua pancia.
Gli accarezzò una coscia:
 - A cosa pensi?  gli chiese.
 - A nulla.
Anzi no, non è vero….
Sorrise.
 - …in effetti, pensavo a quanto è strano…
 - Cosa? Disse lei, guardandolo dal basso alzando solo gli occhi.
 - Che quando stai bene non hai pensieri. Quando non hai bisogni, non hai pensieri. E in questo momento, tutto quello di cui ho bisogno è qui con me.
Lei gli baciò la pancia.
 - Allora stiamo qui per sempre.
Lui sorrise e le accarezzò i capelli.

mercoledì 29 agosto 2012

Fingere



Fingere è, forse, l’attività preferita da ognuno di noi. Nessuno escluso.
Tutti esercitiamo questa sorta di “diritto/dovere”, “bisogno/obbligo”. Lo facciamo fin da bambini e ce lo giustifichiamo in ogni maniera.
A scuola, di aver capito la lezione. Sul lavoro, di esser sereni.
Con mamma, papà, fratelli e sorelle. Con chiunque sia più o meno intimo, con chi conosciamo appena.
Persino con noi stessi.
Forse, è l’unica protezione che abbiamo.
Forse, solo così riusciamo a sopportare la realtà.

mercoledì 2 maggio 2012

Piazza Valdo Fusi, per non dimenticare i soldi sprecati.

 (la piazza vista verso sud)
 (la "baita", lato via Accademia Albertina)
(la piazza vista verso nord)
(il progetto Toptek1, primo classificato come gradimento. Scartato.)









A mio parere, una dei motivi che fanno di Torino una bella città è la presenza di numerose piazze.
E alcune sono dei veri gioielli.
Lasciamo stare le più note San Carlo, Castello, Vittorio Veneto o Carignano, frequentate dai turisti.
Personalmente, preferisco altre piazze.
Ad esempio, Carlo Emanuele (meglio nota col nome di Carlina, per via dei gusti sessuali di quel sovrano); Maria Teresa, che conserva un non so chè di parigino; Martini (meglio nota col nome di Benefica); Valdo Fusi.
Ecco, proprio di piazza Valdo Fusi volevo parlare.
Situata davanti alla facciata dell'antica sede dell'ospedale San Giovanni, al cui interno del perimetro si trovano la sede del Museo regionale di Scienze Naturali, alcuni ambulatori e qualche aula distaccata dell'Università di Medicina, e con alle spalle il palazzo della Borsa, per quasi trent'anni è stata adibita a parcheggio e lasciata marcire nel degrado di uno spazio polveroso e ghiaioso (che in pieno centro, risulta quantomeno fastidioso!).
Le Olimpiadi del 2006 hanno portato soldi e novità.
Perciò l'allora amministrazione (Chiamparino e soci), si sarà detta: vogliamo mica farci ridere in faccia dal mondo?
No, facciamoci ridere in faccia dall'Universo, penso io.
Con un bando di Concorso dagli esiti imprevedibili, si è allora assegnato il lavoro di ristrutturazione ad uno studio di architettura del paesaggio di Berlino, il "Büro Kiefer".
Costo dell'operazione: 10,5 milioni di euro.
Una precisazione.
Perché "esiti imprevedibili"? Perché prima di assegnare il lavoro, un sondaggio svoltosi su LaStampa.it aveva prodotto i seguenti risultati: al primo posto Topotek1 (1139 voti, 72%); al secondo Kengo Kuma (326, 20%) e al terzo Büro Kiefer (110, 6%).
Ottima la scelta di costruire un parcheggio sotterraneo, meno buono tutto il resto!
Una piazza che fa orrore e che anche solo chiamarla piazza è vergognoso.
Non ci sono panchine nè alberi nè un'area giochi nè spazi dedicati agli animali. Forse, chi l'ha costruita pensava a una città disabitata.
Insomma una piazza inutile.
A questo punto, meglio il degrado ghiaioso e polveroso che la rendeva viva piuttosto che spendere più di dieci milioni di euro per vedere il nulla sopra un parcheggio sotterraneo.

{Fonte foto e dettagli:
 http://www.cultorweb.com/Antiestetica/Valdo_Fusi.html }