.....the ordinary life is pretty complicated stuff.....

27 novembre 2012

Antonietta, l’ameba e il barboncino Bigùdin.


Hai presente quando leggi qualcosa e pensi: “cacchio, io li conosco due così!” ?
Ecco, questo è il caso.
E se volessi anche fare il pettegolo, aggiungerei che la lei soffre di carenza di sesso.
«Nell’immaginario collettivo una coppia di portinai, binomio costituito da entità talmente insignificanti che solo la loro unione le rende manifeste, possiede quasi certamente un barboncino.
Come tutti sanno, i barboncini sono quella razza di cani riccioluti che appartengono a pensionati qualunquisti, signore molto sole che vi riversano il loro affetto, o portinai barricati nelle loro guardiole buie. Possono essere neri o color albicocca. Quelli albicocca sono più bisbetici di quelli neri, che invece puzzano di più. Tutti i barboncini abbaiano astiosi per un nonnulla, ma in particolare quando non succede niente. Seguono il padrone trotterellando su tutte e quattro le zampe rigide senza muovere il resto di quel piccolo tronco a salsiccia che si ritrovano. E soprattutto hanno occhietti neri e collerici, conficcati in orbite insignificanti. I barboncini sono brutti e stupidi, sottomessi e sbruffoni. Sono barboncini.
Anche la coppia di portinai, di cui il barboncino totemico è la metafora, sembra priva di passioni quali l’amore e il desiderio e, come il totem stesso, destinata a rimanere brutta, stupida, sottomessa e sbruffona. Se in certi romanzi i principi si innamorano di operaie o le principesse di galeotti, tra due portinai, anche di sesso opposto, non nascono mai idilli degni di essere raccontati da qualche parte, come accade per gli altri.»

Impotenza.


Impotenza, non riguarda solo la sfera sessuale.
Impotenza, è arrivare a fine giornata senza nemmeno la voglia di addormentarsi. Che tanto non serve a nulla.
Impotenza, è svegliarsi al mattino e pensare subito a quando arriverà la fine di un’altra giornata.
Impotenza, diventa sinonimo di depressione. Nel senso di apatia, di non voglia di fare.
Nei confronti di tutto. Perché ogni sforzo è vano.
Personalmente, sono sempre stato, e anzi probabilmente lo sono ancora, disposto al sacrificio, a rinunciare ad avere qualcosa nell’immediato, per godermelo alla fine.
Ad esempio, penso ad una sciocchezza, fino a qualche tempo fa, per quanto riguarda il cibo tenevo da parte l’estremo godimento per il boccone finale. Ora, non me ne preoccupo più. Tanto non cambia nulla.
Disposto al sacrificio.
Nel lavoro.
Per anni ho subito anche angherie, a volte, perché fiducioso che mi avrebbe reso il conto.
Una volta ottenuta la Licenza Media, mio padre, prima di separarsi da mia madre e costringerci a sacrifici ben più gravi di quelli che avevo in mente, mi chiese cosa avrei voluto fare del mio futuro, se continuare negli studi o iniziare a lavorare. Uno sciagurato, insomma. Anzi, un autentico vigliacco. Che invece di assumersi delle responsabilità di padre, abdica.
Ad ogni modo, la mia scelta ricadde sul lavoro. E scelsi, differentemente dal mestiere suo, ossia il cuoco, di fare il barman.
Con entusiasmo.
Dalla gavetta più dura, ai limiti del nonnismo militaresco. Con la speranza, ma anche la convinzione data dal momento storico che ancora sosteneva determinate visioni,  che il sacrificio mi avrebbe portato benessere, se non propriamente economico almeno professionale. Ed era quello a cui miravo, senza nascondere una certa natura idealista.
Ma, una volta giunto a livelli professionali apprezzabili, per cause, di salute prima e di carenza di posti e d’orgoglio professionale poi, ho scelto (dovuto) abbandonare tutto.
Quasi venti anni di sacrifici buttati via.
E siamo nuovamente all’impotenza.
Stringere un pugno d’aria.
Come penso oggi a tutti gli anni di lavoro che ho svolto e che ancora dovrò svolgere, con la chimera della pensione d’anzianità.
Sembra sciocco pensare a quarantanni a quando si sarà vecchi. Ma è questa la pena dell’Uomo. Perché, nonostante i cambiamenti in corso, la conservazione della specie rimane ancora un fine antropologico.
E ci si sente impotenti.
{poi, magari, un’altra volta parlerò di altra impotenza…nemmeno questa riguardante la sfera sessuale, non solo perlomeno…}

24 novembre 2012

Per me, smarchetta. Con eleganza, ma smarchetta!


Lei non fa bene il suo lavoro”, queste le parole che un’inquilina mi disse una volta, per complimentarsi della mia discrezione.
Ma di […] non si è mai lamentato nessuno? Impicciarsi, sapere, è il suo lavoro. Lei dovrebbe saperlo!”, queste, invece, le parole che un grandissimo maleducato mi ha rivolto ieri pomeriggio chiedendomi informazioni riguardo a un inquilino dello stabile dove lavoro.
Eh già, in effetti, da un certo punto di vista, ammetto di non adempiere a determinate aspettative che il mio lavoro, ovviamente a detta altrui e di una certa proverbialità, imporrebbe.
Non faccio la còmare. Mi faccio i cazzi miei, insomma.
Certo, so tutto di tutti, soprattutto perché tizio e caio non perdono tempo a informarmi, ma me lo tengo per me o comunque non metto i manifesti, come usa dire.
Tuttavia, tuttavia.
In special edition, tipo saldi di stagione, questa volta voglio spettegolare.
Eh…perché certi movimenti mi sfruculiano la fantasia.
A me, non la conta….cara signora.
Tutto quel via vai di perfetti sconosciuti, in alcuni pomeriggi.
Capisco la crisi e la necessità di arrotondare. Ma come mai quel cambio di umore, che vi fa salire in punta di piedi e scendere con sorrisi a settantadue denti?
Eh, birichina.

19 novembre 2012

Non conosco delusione.


Sembra strano. Chi non è mai stato deluso, in fondo?
Invece è proprio così. Non conosco delusione.
Perché delusione prevede aspettativa, e io non ho mai nutrito alcun genere di aspettativa. Né nei confronti di altre persone né per quanto riguarda le situazioni.
Mi adatto e mi regolo in conseguenza di quello che mi si pone dinnanzi.
Certo mi piace sognare, immaginare, costruire castelli per aria. Ma nel farlo sono sceneggiatore e mai regista. Il regista è sempre qualcun altro, che manipola anche la sceneggiatura. Io poi guardo i giornalieri e me li faccio piacere.
Perché, se è vero che non conosco delusione in entrata, non mi piace deludere in uscita.
E’ come se non esistessi. O meglio, esisto solo se mi si tira fuori dall’armadio.
Insomma, non sono una bistecca ma le eventuali patatine. Sono un contorno. Come gregario sono eccellente, come capo squadra non valgo un fico secco.
Ma questo non significa che non posseggo una personalità. No, la posseggo. E’ solo che me la tengo per me. Non mi piace urtare.
Il compromesso è il mio terreno favorito.
Ecco. Forse è così.
Che comunque, non significa non farsi valere.

14 novembre 2012

Porco Diavolo!


L’imprecazione fa ridere.
Porco di qua, porco di là. E giù sghignazzi.
Si tratta di una particolare forma di esorcismo, un rifiuto verso la religione e, soprattutto, nei confronti del clero. ma lo trovo fastidiosamente infantile.
Quando mio padre spadroneggiava ancora gli eventi della mia famiglia, capitava spesso di trascorrere il fine settimana a Genova presso la famiglia della sua unica sorella, i fratelli maschi sono cinque, la zia Angela. Noi bambini eravamo felici di incontrare i coetanei cugini, a mia madre sembrava non dispiacere la compagnia della cognata, e lui spariva insieme con lo zio Bruno per intere notti a caccia di anguille. Se andava bene, la domenica a cena le mangiavamo cotte alla griglia, prima di ripartire verso casa.
Nel frattempo, ignari e, soprattutto, non interessati a tutto quello che succedeva, io, mia sorella, mio cugino Marco e mia cugina Michela, passavamo le giornate a giocare sul pianerottolo e lungo le scale del palazzo.
E la sera, accampati in brandine da campeggio nella loro camera, ci si addormentava schiamazzando fino a quando qualcuno dei grandi non veniva a sgridarci.
Un particolare ricordo è quello legato a quando, avevamo tutti intorno ai sette anni, mio cugino Marco, nel consueto input alla schiamazzata disse sottovoce: “Scureggia!”.
E giù tutti a ridere.
Non sono cattolico, non credo in Dio e non sopporto la cleraglia.
E tuttavia, non sopporto la bestemmia.
Semplicemente perché non mi fa ridere. Non ho più otto anni, nemmeno “scureggia” mi fa più ridere.
Ora, detta così sembra la protesta del bacchettone di turno, del moralista. No, tutt’altro.
Non mi scandalizza un “porco qua”, sfuggito a chi si pesta un dito sotto un martello. Ma considero fessa provocazione il “porco quello” usato per spaventare le vecchine. E’ come quei personaggi che indossano la maglietta con l’effigie di Che Guevara, quando vanno ad una manifestazione.
Non ho mai sentito pronunciare una parolaccia da mio padre. Era rozzetto e spesso gli si sentiva fare commenti boccacceschi riferendosi a qualche soubrettina scollacciata in tivù.
Di tanto in tanto, una famigliola di suoi compaesani sardi veniva a trovarci. E capitava che dopo cena guardassero la tivù insieme. Ricordo risa sguaiate e versi di giubilo, quella volta in cui Heater Parisi, ballando durante la sigla iniziale di un Fantastico, alzò la gamba fino a tenersi la caviglia ad altezza d’orecchio. Ma mai una parolaccia.
E dopo, quando se ne andò e io e mia sorella eravamo oramai cresciuti, ci fu solo un episodio con ceffone incorporato quando, avevo diciassette anni e durante una accesa discussione, mi scappò un vaffanculo all’indirizzo di mia madre.
Solo un fatto mi aveva scioccato da bambino, sentire lo zio Dino lanciare un “porca puttana!”. Mi sembrava una cosa così grave che la ricordai per anni.
Perciò, può anche darsi che l’abitudine a un certo linguaggio dipenda anche dall’educazione ricevuta, ma con questo non voglio dire che chi impreca debba passare per chissà quale maleducato.
Non so.
Per ora, mi limito a dire che non ci trovo alcunché di divertente. Nemmeno politicamente scorretto.

13 novembre 2012

Servire, non sempre equivale a esser servi.


Si arriva a un certo punto e si comincia a pensare. Al passato, in molti casi. A quello che si è fatto, a quello che non si è fatto, a quello che si è riusciti a ottenere e a quello che ci si è fatti sfuggire. A quello che si avrebbe voluto e a quello che ci si è accontentati di avere.
La vita è fatta di scelte, continuamente. E, nella maggior parte dei casi, sono scelte di altri a cui si deve sottostare. Volenti o nolenti. Alla fine, addirittura, ce le facciamo piacere. Per paradosso.
E si finisce a pensare.
Non è casuale.
Si inizia a pensare per due motivi, soprattutto. O perché si rimpiange o perché si è raggiunto un livello di serenità interiore che spinge a credere di essere padroni della propria vita.
In molti casi, chi guarda da fuori vede un atteggiamento arrendevole, un accontentarsi fingendo soddisfazione per non tornare ad esser delusi.
Ma che ne sanno costoro? Nulla. Proprio nulla.
La vita di ognuno è solo di quell’uno e nessun altro può immaginarsela.
Può capitare a qualcuno di pensare al tempo perduto. A quello che si è fatto sfuggire o a quello che per scelta d’altri ha dovuto rinunciare.
L’adolescenza, ad esempio.
Un tempo in cui, pensi dopo, ci si sente spensierati. Liberi.
La strizzata di culo al pensiero d’essere interrogati, il primo bacio con la compagna di classe, il semplice stare insieme e vivere ogni giorno con i coetanei. Insieme con tutto quello che è bello e con quello che è brutto.
Ecco, per me, l’adolescenza è questo. Il vivere con i propri coetanei la scoperta del mondo e della vita.
Manca.
Perché capita di crescere più in fretta degli anni che si hanno, di dover essere investiti da responsabilità che non possono appartenere a un quattordicenne. E la vita si fa routine senza più la sorpresa di niente, tranne il salario alla fine del mese.
Non esistono riti. Il primo bacio, lo dimentichi. La prima volta che hai fatto l’amore ti sembra squallida, e rimuovi dalla memoria anche quella.
Gli anni passano e l’unica consolazione è il credere al futuro. “Mi rifarò”, ti dici.
Qualche sacrificio, ancora un po’ di sforzo e poi verrà il momento in cui potrò vivere la mia vita”, pensi. E ti illudi.
Ma la speranza ti da la forza di andare avanti, oltre l’inerzia.
Poi, col tempo, piano piano e senza sconti, si arriva a credere di essere padroni del proprio tempo e della propria vita.
Magari un’altra illusione, ma utile. Necessaria.
Ti senti vaccinato a quasi tutto, o perlomeno pronto.
E l’occasione si presenta.
Arriva dal nulla, come un cazzotto al buio.
Ti stordisce. Provi a riprenderti, ti scuoti. Apri gli occhi, ma sei ancora stordito. Non sai cosa fare. L’istinto ti fa allungare la mano, ma fatichi a vedere. Annaspi e cerchi qualcosa da toccare. “Vieni qui, cazzo!”, pensi.
E non vuoi fartela scappare.
Non perché pensi che sia l’ultima. Ma perché sei sicuro che sia quella giusta, quella che hai aspettato per tutta la vita.
E non ti sembra d’essere più servo. Vuoi servirla, ma per ricavarne piacere.