.....the ordinary life is pretty complicated stuff.....

29 settembre 2012

L’importante è capirsi.


Lui - “E’ già inverno!”
Lei - “Come dice?”
Lui - “Meglio trenta gradi tutto l’anno!” (alza la voce)
Lei - “Ah, si. Meglio il caldo.”

Lui se ne va borbottando e lei si rivolge a me.
 - “Non ho capito niente, ma cos'è ubriaco?”.


Dialoghi tra diversamente udenti.

27 settembre 2012

Buongiorno...


…se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

26 settembre 2012

Francesca.


E’ come se fossimo rami.
Consapevoli della nostra esistenza, ma che ignorano l’esistenza delle radici.
Non le vediamo e non sentiamo la necessità di interrogarci sulla loro importanza, fondamentale perché senza di esse non potremmo esistere.
Quando una di queste viene a mancare, si scopre dolorosamente l’importanza dell’identità e ci si rende conto della non eternità della natura.
Ciao nonna.

23 settembre 2012

Silenzio.


Da quando vivo da solo, devo aver sviluppato una sensibilità ai suoni che non m’ero mai accorto di possedere.
Non sto parlando di chissà quale capacità uditiva o percezione musicale. No, semplicemente ho l’impressione che i miei orecchi siano più attenti ai suoni.
Ma non è una questione, diciamo così, meccanica. Non dipende dal “semplice” sentire.
Si tratta di ascoltare ed è, questo lo riconosco, dipendente dalla psiche, se così si può dire.
Il fatto è che trascorro molto più tempo di prima, in silenzio. E stando in silenzio, non parlando o parlando poco con altre persone, ascolto con più attenzione i miei pensieri, perciò i suoni esterni, qualsiasi essi siano, mi giungono amplificati in maniera, a volte, addirittura fastidiosa.
I suoni, forse è più appropriato definirli rumori, della casa, ad esempio. La ventola del frigorifero che si accende e spegne, lo scricchiolio del legno della scala. Oppure, ma in questo caso riesco ad averne il controllo, il volume della televisione. A volte, mi allarmano.
In alcuni casi, invece, parlando con altre persone, mi capita di rendermi conto di fare delle lunghe pause prima di rispondere a mia volta. Perché mentre l’interlocutore si rivolge a me, rifletto mentalmente su quello che mi viene detto e svolgo una discussione “interna”.
Mi auguro non siano sintomi di follia.
Pensavo a tutto questo, perché domani tornerò al lavoro dalle ferie, e l’idea di sentire di nuovo voci, suoni e rumori, che nel periodo di vacanza non facevano parte del mio mondo, mi infastidisce e non poco.

21 settembre 2012

Cotta e mangiata.


Vorrei dire alla donna che amo, che non me ne frega una beata minchia di niente tranne che di lei.
Vorrei farle capire che in tutta la mia vita non m’è mai interessato il giudizio, sia esso positivo o negativo, delle altre persone. E che, addirittura, i complimenti (chi non ne ha mai ricevuti, orsù!) mi imbarazzano. Perché non rendono me una persona migliore o peggiore.
Tutto ciò, però, non ha nulla a che vedere col fatto che io voglia apparire come “cultore” di chissà quale forma di individualismo.
No.
E’ che sono timido, fondamentalmente.
Ma di questo, ne parlerò un’altra volta.
Per ora, mi girava così.
Punto.

20 settembre 2012

Il piacere.


«Scoprii per la prima volta la parola piacere da bambino leggendo una versione per l’infanzia de  ”Le mille e una notte”.
Ne rimasi ossessionato. Alludeva a fastosi banchetti, a donne, a cibi prelibati, a bevande inebrianti, tutte cose proibite ai bambini. E inoltre i personaggi di quelle storie erano pronti a sacrificare persino la vita pur di raggiungere il piacere. Quella parola s’impresse dunque per la prima volta nel mio animo associata a un ambiguo senso di proibizione. Avevo l’inconsapevole intuizione che il nucleo della voluttà fosse rapportabile al sesso. Per lungo tempo la ragione di quello strano connubio tra il piacere e il sesso fu per me un enigma. Ma nessuno, soprattutto nella società contemporanea, può assaporare le voluttà della vita nella gaia atmosfera de “Le mille e una notte”.
Per il maschio il sesso non è piacere, bensì un subire l’aggressione dell’angoscia, della paura, della solitudine, di sensazioni sinistre ed incomprensibili. E’ necessario un lungo processo prima che tali sensazioni possano trasformarsi in piacere. Nella società moderna una delle condizioni essenziali del piacere è la presenza del denaro. Probabilmente lavoriamo, ci impegniamo, cerchiamo di conquistare il successo per l’inconscio desiderio di coniugare il sesso al piacere. La società moderna costringe il sesso a trasformarsi in qualcosa di doveroso, di freddo, di morto: per riuscire a renderlo fonte di piacere è in primo luogo necessario vincere nella severa competizione per la sopravvivenza. 
Sembra che i giovani moderni tendano con ogni sforzo a privare il sesso della sua dimensione voluttuosa. Un settimanale ha recentemente pubblicato l’intervista ad una donna che va con due uomini, e il suo modo di concepire la comunicazione tra gli esseri umani è realmente interessante. Afferma infatti che in un mondo in cui le riviste equivalgono alle chiacchiere di un’amica, la televisione alle scene domestiche della vita familiare, la radio ad un’amichevole conversazione, non c’è motivo di considerare diversamente il rapporto sessuale. La sua opinione mi ha profondamente impressionato. Tornerò ancora su questo argomento. 
Tempo fa assistetti alla proiezione di un film molto bello, il “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli, io che non riesco, irriverentemente, a reprimere la noia quando assisto a un dramma di Shakespeare, sia esso rappresentato a teatro o sullo schermo, mi sono appassionato a questo film, traboccante dello splendore e del movimento della vita. Fu forse la prima volta che viene rappresentata in immagini la passione amorosa di Stendhal. Forse anche perché i protagonisti erano un giovane di sedici anni ed una fanciulla di quindici, come una cinguettante coppia d’incantevoli uccelli, non v’era traccia di piacere, ma dominava la passione.
Ed è proprio la cieca passione, incurante di tutto, il più alto privilegio della giovinezza nei confronti del sesso: una passione che gli adulti giudicano bella perché hanno ormai dimenticato la sofferenza che ad essa è legata. Probabilmente, nella sfera del sesso, la passione equivale all’esatto contrario del piacere. E forse è per questo che nei giovani il desiderio sessuale, giunto al suo apice, si trasforma in passione, mentre negli adulti diviene piacere. Va però detto che i giovani moderni tentano di liberare il sesso persino dalla passione. Il piacere richiede denaro, che è precluso ai giovani. La passione non lo richiede, ma impone la determinazione a rischiare la vita.»
(“Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima)

14 settembre 2012

Schiavitù.


Quella che vige sotto il dominio capitalistico, è una schiavitù peggiore della schiavitù stessa.
Se per schiavitù, intendiamo (anche, ad esempio) la definizione che ne da Claude Meillassoux nel suo “Antropologia della schiavitù”: “…schiavo è colui che fornisce la totalità del suo tempo a un padrone che provvede in cambio alle sue necessità vitali”.
La società capitalistica, invece, esegue una schiavitù peggiore perché la ammanta di falsità mediante la libertà.
Libertà, nella società capitalistica, non è libertà per tutti ma solo per chi possiede il controllo dei mezzi di produzione e di scambio.
Ma libertà, è anche l’affrancarsi, sempre e solo per chi detiene il controllo dei mezzi di produzione e di scambio, dal curarsi dei propri schiavi.
Nella società capitalista, la libertà è schiavitù senza diritto di vita.
Una volta lo schiavo, per la sua utilità, aveva almeno salva la vita; oggi intere popolazioni, per la loro inutilità, non hanno neppure questa garanzia” (U. Galimberti, Parole nomadi).

10 settembre 2012

Compassione.


{dal latino cum patior, essere con l’altro nel soffrire}; {sentimento di sofferta partecipazione al male altrui}

Alcune persone non riescono proprio a venirne a capo.
Non ne comprendono il significato.
Colpa, dico io, del cinismo che avvolge e corrompe la nostra bella società postmoderna. Un mondo e un luogo in cui il sentimento è qualcosa da evitare come la peste. Perché dimostrare compassione, che, ricordarlo non fa male, è un termine che possiede diverse accezioni e non tutte negative, è da deboli. E dimostrarsi deboli, anche solo per un momento, anche solo per una volta, non è concepibile nè accettabile in una società in cui i cani mangiano i propri simili.
Ma, anche se può apparire eresia pura (in questa società di mostri, non lo ripeterò mai abbastanza!), compassione fa rima con amore.
E, che vogliate crederci o meno, sciocchi cinici della domenica (chi mi conosce, sa che sono un campione in materia), l’amore muove l’universo!
Tiè! Beccatevi questa!
E allora soffro.
Soffro per chi sento vicino e soffre, anche se non lo do a vedere. Anche se faccio finta di fottermene.
Perché questo è (anche) il mio modo di dimostrarti amore, amore mio.

7 settembre 2012

Nemico.


Una parola che quasi terrorizza.
Chi la pronuncia dev’essere cattivo, pensano molti.
Deriva dal latino “inimicus”, ossia nient’altro che il negativo di “amicus”.
Ecco, io ste forme ipocrite di politically correct proprio non le sopporto.
È meno brutto “antagonista” o “avversario” o “rivale”? Eppure sono sinonimi. Sinonimi, capito?
Ma nel nostro meraviglioso, finto e dorato mondo uccidere è pubblico ma defecare è vergognoso e quindi dare del “nemico” a chi si odia è poco gentile.
Ah, giá….anche odiare non è bello.
Dirlo.
Allora continuiamo a farlo di nascosto.
E d’ora in poi, i nemici chiamiamoli birbaccioni così nessuno si spaventa.

6 settembre 2012

Goffaggine.


Goffaggine è sbagliare sempre i tempi.
Entrare quando non si deve, uscire troppo presto, sorridere quando non è il caso, intristirsi ad una battuta.
E quando ti vedo mi sento goffo come una pianta grassa.
Non sono un insicuro, so quello che voglio e, benché timido, non mi faccio problemi di sorta generalmente.
Ma quando vedo te, divento goffo.
Non so più cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Il bianco e il nero si colorano.
L’alto e il basso si allargano e restringono.
Ecco cosa è la goffaggine per quanto mi riguarda.